Ho sempre vissuto in case stipate di oggetti, dominate dalla quantità di libri, cassette, film, fumetti, ninnoli e giocoli. E lo sottolineo con una frase che mi sta parecchio antipatica quando la leggo altrove: chi mi conosce bene sa cosa intendo.
Le cose che possiedi, man mano che si accumulano, iniziano a possedere te, cominci a rispecchiartici, a vederle come tua emanazione, diventano la via più facile per ricordarti chi sei.
Nell'anno in cui tutti i miei effetti personali sono stati rinchiusi in una ventina abbondante di scatoloni, ho patito le pene dell'inferno perché "non avevo le mie cose", non avevo più la stampella dell'oggetto, del ricordo, del promemoria, del contenitore morbido e sicuro, del mio contenuto di cui vado fiera.
Credo di non aver mai provato così tanto affanno nel vivere la lontananza dalle mie cose. Continuavo a ripetere che mi mancavano le mie cose, mi domandavo come potessi vivere senza le mie cosecose, le mie cosecosecose poverine chiuse là, dentro le scatole, le mie cosecosecosecose, senza di loro chi sono io?
Poi, arrivato il trasloco nella casa e sistemati i mobili, ho riaperto gli scatoloni e le cosecosissime tanto rimpiante mi erano estranee. Ho avuto una crisi di rigetto inaudita che ancora oggi mi stupisce, ma che ho salutato come una liberazione. Quegli oggetti erano ancora miei ma non mi possedevano più.
Ho tradito le mie bambole. Le amavo, le fotografavo, le coccolavo con lo sguardo, le portavo in giro a mostre, le vestivo, mi crucciavo di non dedicare loro tutto il tempo che volevo. Ora stanno lì in corridoio e le vedo solo se proprio voglio guardarle, ma sono discrete e non si fanno notare.
Ho tradito i miei libri. Gran parte di quelli letti sta in cantina accanto a quelli da leggere ma che so che non mi tenteranno a stretto giro di tempo.
Ho tradito i miei videogiochi. Non li gioco, pussa via, tutti sopra l'armadio, dentro una scatola.
Ho tradito i miei fumetti, anche se la gran parte è a Verona e un'altra parte non è mai stata mia.
Ho tradito la mia collezione di stoffe, anche se forse è quella che più spesso mi spinge a prendere la scala, arrampicarmi sopra gli scaffali per accarezzarle e sognare.
Ho tradito i CD e i film, li ho infilati nei ripiani bassi dove non si vedono. Tra l'altro questa categoria di articoli non la compro neanche più, guardo quel che passa la TV e al massimo scarico qualche serie.
Mi sono liberata dell'idea che una persona entri in casa mia, passi in rassegna con lo sguardo le mie cose e si faccia un'idea di chi sono, della mia storia, dei miei gusti, delle mie tendenze. Non voglio che mi si qualifichi per ciò che ho accumulato fuori, ma per quel che mi è rimasto dentro. Distorto, vissuto, dimenticato, frammentario, ma almeno dentro.
E' stato faticoso, soprattutto per una tipetta smemorata e poco concentrata come me, perché vivere nelle cose, esserci in mezzo, averle attorno, mi offre comunque la possibilità di ricordarle, sono tante lamelle che quotidianamente si sovrappongono sugli scaffali della memoria. E' colpa, è merito della quantità, della sensazione di sopraffazione e riempimento che danno le tantecose. Se le cose non le vedi, fai fatica a quantificarle, e se non le vedi a volte pensi che non ti siano neanche passate sotto il naso. E invece no, ci sono lo stesso.
Ora mi capita spesso di non ricordare se ho letto o meno un fumetto. Non ricordo più le serie delle bambole, non ricordo autori, registi, attori, finali di film, canzoni, album, nomi, i nomi, che casino i nomi.
Non riesco a riempirmi la bocca di numeri, citazioni, ma davanti ai miei occhi è passata tantarobba, ma tantadiquellarobba che non vedrete mai esposta in casa mia e che non ha senso rovesciare addosso a chiunque bazzichi nei miei dintorni.
Però succede anche che quando le cose mi servono davvero per ricostruire un ricordo, una conversazione, non ho bisogno di andarle a prendere dagli scaffali di un museo pagato a caro prezzo. Quando sanno che è ora di farsi notare, loro ritornano, riemergono da un non so dove della mia zuccabalucca, arrivano da sole sulle loro gambe, per servirmi e riverirmi, "Elena, siamo qui, hai bisogno di noi?".
Tutto questo mi è tornato alla mente perché trovo impagabile la liberazione che provo nel tenere solo due, tre libri da leggere dentro al Kindle. Like a virgin.
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