ottobre 15, 2014

Addotta per tredici ore

[WARNING: per ragioni esclusivamente stilistiche il testo contiene due bestemmie identiche tra loro, se siete sensibili chiudete subito la finestra]
[WARNING X2: il post è stato scritto all'incirca nel 2011 o nel 2012 se non sbaglio, lo pubblico per amor di Cronaca Vera]

Non è facile affrontare l'argomento evitando di apparire una pazza in acido o l'editorialista brillante e mancocazzista da femminile de noartri. E non so neppure se riuscirò a farlo, anche perché, più che avere le idee chiare, penso di essere stata rapita dagli alieni per tredici ore.

CeVchiamo di tVaduVVe questo sentimento in paVole.

.DIO M***LE.

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La mia certezza, ormai, è che c'è un ragazzo a cui faccio schifo tutta.

Si schifa quando lo abbraccio, si schifa quando lo coccolo, si schifa quando gli parlo, gli rispondo, gli domando, lo faccio ridere, gli telefono. Si schifa quando giro per casa (MIA) in pigiama, quando andiamo al ristorante, quando mi vede struccata, quando lo accarezzo e quando lo bacio. Lo schifo quando gli scrivo, si schifa quando lo cerco, si schifa quando gli mangio le cose dal piatto, quando vado a casa sua, quando beviamo il caffé, quando gli mollo attorno la gatta. Si schifa quando lo copro con una coperta, quando annusa il bucato, quando mi dice frasi a effetto dalla sintassi discutibile, quando canta, mi dice googolante che son dolce con lui. Si schifa quando gli salto in mente, quando mi abbraccia, quando mi appoggia la testa sulla schiena, quando mi telefona (anche quando mi telefona per sbaglio... qui il moltiplicatore dello schifo va fuori scala), quando lo cerco (quello l'ho già detto, ma cercandolo io tanto, si schifa forse ancora di più).

Diobono guarda qui quanto, TROPPO schifo abbiamo accumulato in poche righe.

OK. Non me lo ha detto che gli faccio schifo, anzi, non mi ha mai detto proprio testualmente "Mi fai schifo", non lo virgoletterei mai nel mio lavoro quotidiano, e poi a dirla tutta io non credo di fargli così tanto schifo, a meno che questo tizio non sia un pericoloso squilibrato.

[Finora non sono mai finita morta tagliata a cubetti dentro il bagagliaio di un'auto, e tenderei a escludere che il soggetto abbia anche solo il tempo di poterlo fare (è un lavoro lungo e pure penoso, l'ho letto in un libro)]

Il fatto è che non me ne frega moltissimo se il tizio mi scompare dopo per esempio (un esempio a caso) una domenica molto bella passata assieme e poi non si fa più sentire.

'Spetta. Non esageriamo con le dichiarazioni di principio.
--Non è che proprio non me ne freghi un cazzo.--
.DIO M***LE.

Ovvio che mi dispiace.
Perché se tra due persone "sei stata bellissima"[frase a effetto dalla sintassi discutibile], sarebbe anche normale pensare-auspicare-immaginare-di darci un seguito, mica che ci sposiamo eh, intendo una scia chimica, un saluto ogni tanto, perlomeno non una fuga alla velocità del neutrino con annessa sparizione à la Mandrake.

Lo scomparire di una persona ti fa persino dubitare sul fatto che quella bella domenica passata assieme sia realmente esistita. Che magari ti sei sognata tutto.

Che non ci son stati momenti belli, che non ci son stati momenti meno belli, che non c'era un che, né un'amicizia, uno sbroffo di simpatia reciproca. NULLA. Un buco di tredici ore; dalle analisi fattuali parrebbe un caso di adduzione aliena. Lei dice di ricordare una luce, una sensazione di benessere, e poi di essersi ritrovata al volante della macchina con uno strano ronzìo nella testa, chi sono, come mi chiamo...



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aprile 22, 2014

Il giallo delle fodere

Sei anni fa, per il divano del mio salotto, la scelta cadde sull'Ektorp-divanoletto-treposti. Era comodo per sedersi, sufficientemente spazioso e ottimo per accogliere gli ospiti di passaggio. Inoltre aveva un ottimo rapporto qualità/prezzo/scelta per le fodere, elementi che si sporcano spesso e sono sempre il tiragraffi preferito di qualsiasi gatto.
In sei anni abbiamo (io, i miei gatti, i miei ospiti) fatto fuori due set di fodere, quindi sabato era ora di andare all'Ikea per prenderne una nuova. Una sola perché avevo notato che i prezzi erano cresciuti. E poi, cosa vuoi, l'Ektorp è un cavallo di battaglia, NON LO TOGLIERANNO MAI DAL CATALOGO, non ha senso far scorta.
Arrivo al punto informazioni dell'Area Divani e chiedo quali colori di fodera hanno disponibili per treposti-Ektorp-divano letto, manifestando alla commessa in giallo la mia predilezione per quella in jeans.
La gentile inserviente mi guarda dritta negli occhi e mi dice convinta "Non esiste più".
Di fronte al mio MEH, MEH COME, MEH COSA, MEH PERCHE'? mi dice che divanoletto-Ektorp-treposti non è più in produzione e da sei mesi non ne vendono più neanche le fodere.
La mia faccia. Avreste dovuto vederla. Quella di una bambina a cui hanno rubato la Barbie Ballerina e lasciato le scarpette in plastica rotte. E mo che me ne faccio di un divanoletto Ektorp a tre posti con le fodere bucate dalle unghie di due felini di media taglia, macchiate di salsa di soia come le tovaglie dei peggiori ristoranti di Pechino più amenità varie?
La commessa in giallo conviene col mio sgomento e rincara la dose: "Era un modello che vendevamo da trent'anni", dice. Come se lei e l'Ikea di Corsico fossero un tutt'uno lì da trent'anni. Trent'anni nell'Area Divani, nell'Ikea di Corsico. E lo sappiamo tutti che lì, trent'anni fa, era tutta campagna. Questo sì che è spirito corporativo.
Tuttavia la signora si dimostra collaborativa: "So che c'è un sito americano, non Ikea, che sta raccogliendo tutte le fodere, potrebbe cercare online...". Doppio sconforto. Già mi figuro la ricerca online, la spedizione strapagata, l'IVA folle, il dazio esorbitante, le telefonate incazzate alla Dogana di Lonate Pozzolo per lo sdoganamento... tutto questo per le fodere del divano. Abbozzo della timida soddisfazione. Infine, a ben vedere, su Internet compro di tutto, ci prenderò pure le fodere dell'Ektorp...
Non paga di avermi dato il suggerimento geek, la cassiera in giallo sfodera (ah-ah) un'altra soluzione. E lo fa con il mestiere di una che vuole farmi capire che LEI-HA-LA-SOLUZIONE-VERA-QUELLA-GIUSTA-QUELLA-DEFINITIVA-PER-ME. "Provo a sentire L'Angolo delle Occasioni, magari quelle rimaste le hanno spostate dal magazzino a lì".
Mentre è in attesa dei colleghi dell'Angolo delle Occasioni con la cornetta appesa all'orecchio, la super-funzionale donna Ikea vende a una coppietta un divano dal nome ridicolo con una fodera dal nome ancora più ridicolo. "Bella quella fodera", osserva. La coppietta si allontana felice di aver fatto la scelta giusta e con il foglio dell'ordine in mano. Chissà se tra sei anni saranno ancora assieme, e se quello della fodera nuova sarà un problema di uno di due o di due nuovi due.
In linea con l'Angolo delle Occasioni, la novella Angela Lansbury mi comunica che esistono ancora delle fodere rosse, rosa, fiorate beige e velluto blu. "Vada giù subito a vedere se sono in buone condizioni. E le va anche bene, perché le prenderà a prezzo scontato".
Prima ancora di andare a mangiare, corro all'Angolo delle Occasioni e prendo due set sigillati di fodere fiorate, il male minore, scontati del 50%. Felice, con in spalla il mio carico di 12 chili di stoffa infilato nella borsa gialla d'ordinanza, risalgo al piano ristorante controcorrente come i salmoni.
Ogni tanto qualcosa va anche bene, dai. E poi, tra altri sei anni, chissà dove sarò e quale divano avrò.

aprile 18, 2014

La mia socialità, in tre mosse

È sempre più complicato.
E non è che chieda la spiegazione pianapiana del Teorema di Fermat.
Chiedo solo al ragazzo seduto accanto a me al tavolo "Mbeh, come ti va?". E pure sorrido, signori. Che ultimamente è complicato. Ma magari lui non lo vede bene, perché è seduto accanto e io non ho l'estensione di Kakihara. Forse proprio non ha visto.

Kakihara (Ichi The Killer - 2001)

Mi risponde ridacchiando "Perché me lo domandi?".
Ritiro la testa mentre faccio spallucce. E ora... cosa dovrei giustificare? Perché ho voglia di chiacchierare con lui? Ma sta scherzando, vero? Oddio, ho l'alito pesante? O ho chiesto qualcosa che non va bene? L'ho forse chiesto male? È lì, è accanto a me, mi interessa sapere come sta una persona seduta accanto a me. Metti che ha il nervoso, metti che è felice, metti che ha bisogno di un aiuto, di un consiglio, di mandare qualcuno affanculo... io sono qui, passavo da queste parti, facciamo questi cinque minuti di strada assieme o ti scoccio?
E poi, da parte mia, ho anche voglia di sentire della voce. Sento poche voci così da vicino.

[Oh, ma è proprioproprio necessario andare in paranoia dopo aver chiesto a una persona come sta e finire a scriverne un post su un blog? No, non è necessario. Ma l'ho detto che è sempre più complicato...]

Gli contro-rispondo abbozzando "Per fare quattro chiacchiere, perché sei qui". Parole che cadono nel vuoto. Dicendo questo, mi ritiro definitivamente nel mio mondo giallo limone, pensando che non c'era modo più banale di avviare una conversazione, più sciocco di rispondere e pessimo per concludere.
Che il mio modo di socializzare forse è fuori tempo e che a quanto pare sono incapace di comunicare anche solo dell'interesse sincero.

Forse era meglio se gli chiedevo di venirmi ad aiutare a tinteggiare il salotto e a scegliere con me il tipo di bianco (ci sono tanti bianchi, non solo uno). Magari aveva bisogno di una domanda del genere e non che mi interessassi a lui.
Forse dovevo postargli una canzone e non rivolgergli mai la parola.

Ma il salotto me lo tinteggerò da sola. Come del resto finirò a parlare da sola, tra un po'.
L'avreste mai immaginato di arrivare a trentanove anni e aver problemi PURE a chiacchierare?
Il titolo della canzone che segue è sicuramente la risposta migliore che avrei potuto dare.


aprile 07, 2014

Guida per forestieri alla metropolitana milanese durante il Salone del Mobile


Inizia il Salone del Mobile con tutti i suoi eventi del Fuori Salo(tt)one sparsi per Milano: la metro milanese è presa d'assalto da forestieri, la gran parte poco abituata ai milanesi, all'ATM, alla linea rossa, allo stop più lungo a Buonarroti e al passaggio pedonale sopra la stazione di Porta Genova.

Ecco un breve decalogo per chi di Milano non è, una guida per camminare a testa alta nell'underground meneghina, come un vero milanese. (è uno sporco lavoro, ogni tanto qualcuno deve farlo, quest'anno ero ispirata e l'ho scritto io).

1
"Scende alla prossima?" ormai è una litania di Chiesa intonata sola dalle vecchine ansiose e con problemi di deambulazione che purtroppo sanno che a Milano i boyscout sono pochi e comunque vanno di fretta. Sappiate che la gran parte delle persone che sono sul vagone con voi dovrà scendere, come voi, a Cadorna per fare il cambio verso la rossa o verso la verde per tornare a Garibaldi o Centrale. Quindi KEEP CALM, e non chiedete alle venti persone davanti all'ingresso se "Scende alla prossima?". Sicuramente a Cadorna/Duomo (e per l'occasione anche a Porta Genova) scenderanno tutti. Mettetevi pazientemente in fila.

2
Sulla banchina c'è TROPPA GENTE, sul treno C'E' TROPPA GENTE, ma c'è una regola che varrà sempre, in tutti i luoghi, in tutti i laghi, a tutte le ore del giorno e della notte, anche se i vagoni sono semi-deserti: ha la precedenza chi scende. Quindi ecco cosa dovete fare se dovete SALIRE SUL TRENINO: appena arriva il treno accostatevi alle porte scorrevoli più vicine che si aprono e accogliete come un corteo festante il blob di persone in uscita dal treno. Mettetevi ACCANTO ALLE PORTE NON DAVANTI, perché so che non amate essere presi a spallate o far mugugnare la gente.
Se invece dovete scendere, scendete dal vagone appena si aprono le porte, NON FERMATEVI E CONTINUATE A CAMMINARE. Se siete con qualcuno, e quel qualcuno è rimasto un po' indietro, aspettatelo in un punto dove non incrociate il flusso. Il flusso non va mai incrociato. Altrimenti sono mugugni e spallate.

3
Che ci crediate o no, quello che ha appena chiuso le porte davanti ai vostri occhi ed è partito fregandosene della vostra corsa disperata sulla banchina NON E' L'ULTIMO TRENO DELLA VITA. Ne passerà un altro tra pochi minuti (quattro, nelle ore di punta), perché a Milano la metropolitana non funziona male, e aspettare un po' non ha mai ucciso nessuno. Invece rimanere pinzati tra le porte scorrevoli non è divertente, ritarda le altre corse e rompe le balle a chi è schiacciato dentro al vagone che sta aspettando di partire. Spippolate pazientemente con il vostro smartphone per altri quattro minuti sulla banchina. Tanto se siete in
ritardo per l'eventone-fuori-salottiero, quattro minuti in più non faranno la differenza.

4
State tornando da Rho-Fiera verso la città e a Buonarroti il treno sta più fermo del dovuto? Non vi preoccupate non si è rotto nulla, non si è suicidato nessuno, è tutto nella norma. Osservate la mappa della metro, vi accorgerete che a Pagano la linea rossa si biforca. Spesso il treno proveniente da Rho-Fiera si ferma un po' di più a Buonarroti per lasciar andare verso Pagano il convoglio in arrivo dalla direzione Bisceglie, e quindi rispettare l'alternanza dei passaggi. Non lamentatevi, non guardatevi attorno con aria stupita come dei perfetti niubbi, fate i milanesi: testa bassa sul telefono magari mentre fotografate le scarpe di quella di fronte.

5
Avete una vita intensa e ve la invidio molto. Tuttavia non strillatela al telefono. Lo so che lo fanno tutti, ma non fatelo, non è carino, e ultimamente sui mezzi è davvero fastidioso sentire gli affari degli altri anche quando si è in cuffia.

6
La movida milanese, in occasione del Salone, ha un'impennata in zona Tortona/Via Savona per tutti gli eventi del Fuori-salotto. Considerato che arrivare in zona in auto e trovare parcheggio è un'impresa anche in periodo meno movimentati, il consiglio che vi darà qualsiasi milanese sarà quello di muovervi con i mezzi. Non vi stanno tendendo una trappola, è la verità: ANDATECI IN METROPOLITANA (O COL BUS, O COL TRAM, a seconda di dove vi trovate). I parcheggi a pagamento saranno pieni, le strade saranno pedonalizzate per l'occasione, arrivarci in auto è davvero un'idea folle: immaginate di essere alla sagra della porchetta di Ariccia, non riuscireste mai a parcheggiare vicino al Superstudio. Tuttavia andare coi mezzi richiede superpoteri e quindi tanta responsabilità. In particolare ricordate che l'ultima corsa della metropolitana da Porta Genova in direzione Cascina Gobba (e quindi Cadona, dove c'è l'utile incrocio con la M1 rossa) passa alle 00:41 (orario infrasettimanale), mentre in direzione Famagosta alle 00:50.
Anche se Tortona/Savona sono a un tiro di schioppo dalla fermata di Porta Genova, c'è uno stretto passaggio pedonale sopra alla ferrovia che, durante il Fuori-salotto, ospita una compatta coda di gente che è lì per andare a mangiare e bere gratis a spese dell'industria del design. Insomma, una selezione umana degna di nota con cui avrete da fare i conti se dovete arrivare a un appuntamento (in particolare dopo le ore 18) e soprattutto se pensate di tornare al vostro albergo con l'ultima metropolitana della sera.

7
L'ATM ha un account su Twitter chiamato @ATM Informa https://twitter.com/atm_informa. Non ci crederete ma funziona, è attivo e avvisa se ci sono problemi o ritardi sulle linee di autobus e metro. Invece di giocare a Ruzzle seguite l'account per controllare se ci sono problemi di ritardi. Inoltre l'ATM ha una info line attiva dalle 7e30 alle 19e30 al numero 02.48.607.607. Servitevene se il senso dell'orientamento o gli orari non sono il vostro forte. Diffidate del servizio "GiroMilano" sul sito di ATM, è uno strumento diabolico che per farvi andare da Duomo a Via Bergognone rischia di farvi passare dallo stabilimento di un mobilificio di Cantù. E OK che siete qui per il Salone del Mobile, ma la Brianza rimane sempre un po' fuori mano...

8
Sulla metropolitana ci sono tanti violinisti tzigani, persone che chiedono la carità, barboni puzzonissimi, artisti con chitarre scordate. Poi c'è quella donna che canta sempre la Pausini ed è francamente terribile: se mai la incontrerete non potrete che convenire con me. Una raccomandazione: mano alla borsa e non tornate a casa dicendo che Pisapia ha aperto le porte agli zingari, che è uno schifo, non è possibile signoramia e blablabla. È sempre così, solo che vi è andata male e siete a Milano per il Salone del Mobile. Se foste a Milano per una delle innumerevoli settimane della moda tutto questo scomparirebbe ai vostri occhi di fronte
all'alta densità di modelle fighe che vengono avvistate a chiedere informazioni su come raggiungere la fermata Montenapoleone.

9
Non fate i furbi: per arrivare a Rho/Fiera bisogna prendere IL BIGLIETTO COSTOSO. Non basta quello urbano da 1,50 euro, dovete prendere quello speciale. ATM vi offre alla cifra di 5 euro un A/R città/Fiera/città. Se dovete fare più viaggi in giornata valutate di acquistare il biglietto da 7 euro giornaliero. Il giornaliero è una figata, i forestieri che lo scoprono ne rimangono sempre entusiasti (un giornaliero cittadino costa 4,50 euro e dura 24 ore 24!!).

10
Ah, tenete sempre il biglietto a portata di mano, non buttatelo, non spiegazzatelo, non nascondetelo nella vostra incasinata borsa/24 ore. Questo perché durante il giorno e di sera (sempre in metropolitana) molte stazioni bloccano i tornelli in uscita. Significa che per uscire dovrete vidimare il biglietto con cui siete entrati nella stazione di partenza. La cosa migliore che potete fare è avere il biglietto in mano e fluire con eleganza fuori dal tornello, come dei veri milanesi, come fanno a Londra i londinesi, senza mettervi a frugare nelle tasche alla barriera (come accade a me di solito -_-).

11 (perché ogni decalogo ha il punto 11)
Come ricorda l'amico Vito, non sottovalutate il passante ferroviario come fanno i milanesi. Per andare a Rho è più facile, più comodo, più economico e soprattutto molto meno affollato. Da Garibaldi (passante) c'è una corsa per Rho ad ogni :02 :17 :32 e :47 (4 corse ogni ora) a 2,40€ - in 14 minuti sei in fiera.



marzo 28, 2014

The hurt locker

(è uno di quei post intimisti sui cazzi miei personali che se non avete voglia di leggere potete chiudere la finestra adesso e nessuno vi biasimerà)

C’è un motivo ben preciso e personale per cui gli Afterhours ormai li ascolto quasi esclusivamente dal vivo, solo che a forza di farlo me lo ero anche dimenticato. Sono aiutata dal fatto che qui a Milano abbiamo l’opportunità di assistere spesso ai loro concerti, non ho idea di quanti ne ho visti dal 2000 a oggi, secondo me più di venti di sicuro, ma almeno ogni anno ricevo la giusta dose di germi, iene, lividi, bombay, punti g e via dicendo.
Purtroppo lo scorso martedì sera all’Alcatraz, durante l’intera esecuzione dal vivo di Hai paura del buio *così-com’è-nel-disco-del-1997*, ho ricordato a mie spese perché avevo spedito quel disco in un ripiano bassobasso della libreria. Non volevo che mi guardasse più con quei suoi begli occhietti spenti.
Sono stata una sventata, lo ammetto, ad andare all’Alcatraz senza immaginare che mi sarei confrontata con dei fantasmi irrisolti.
L’effetto pavloviano è stato davvero da manuale. Abituata per anni agli arrangiamenti da concerto, al disordine di scalette che mescolano pezzi di tutto il repertorio, spararmi il disco come tanti anni fa, con tutte le sue distorsioni, scordature e parole incomprensibili… mi ha mandato a malissimo. Allenata ormai a riprendermi in pochi minuti dai momenti in cui prenderei a calci anche un rarissimo vaso Ming che risolverebbe il problema del mutuo trentennale che grava sulla mia personcina, uscita dall’Alcatraz stavo già benone.

Dopo Hai paura del buio gli Afterhours hanno eseguito delle canzoni inutili di un disco che non ho mai ascoltato, quindi ho colto la facile occasione di estraniarmi pensando al tipo occhieggiato alla mia sinistra e con cui mi sono scambiata un mezzo sorriso, e ho addirittura fatto una riflessione.

[OMISSIS: qui c’era un paragrafo dove scrivevo le stesse cose che dico sempre, che a volte ripeto perché i mantra vanno ripetuti. "Sto benone, ho trovato la soluzione per vivere abbastanza spensieratamente la quotidianità e di farmi un baffo dell’irrisolutezza altrui". Purtroppo ci sono dei momenti random in cui il passato si ripresenta come un peperone. Chiamalo karma, chiamalo fanculo, ma quando mi piglia sono sempre impreparata, un po’ come con la sindrome premestruale: sto male malissimo, piango piangissimo, nessuno mi vuole vuolissimo, sono una creatura disgustosa disgustosissima… AH MA E’ SOLO UN PROBLEMA ORMONALE, TRA UNA SETTIMANA QUINDI SPACCO IL MONDO sulle note di “Hold on I’m coming”]


La riflessione più importante che ho fatto, comunque, è che il prossimo deve essere alto almeno un metro e ottantacinque. Che ho diritto anche io di abbracciare uno alto, di appoggiare la testa a un petto e non a una clavicola, facendo pure la fatica di ingobbirmi e piegare le ginocchia. Non saranno fatte eccezioni, anche perché sapeste che scuse ridicole ho sentito io, con queste orecchie. Credo che appoggiare la testa a un petto sia un diritto da inserire nella Convenzione dei diritti dell’uomo. Ora vado a fare una telefonatina ad Amnesty International per far valere la mia ragione. Forse gireranno la chiamata al WWF, ma non transigo: l’importante è che sia alto.

febbraio 01, 2014

Le risposte migliori solitamente non vengono mai date

L'esame di Stato per diventare giornalisti professionisti è articolato in due prove: quella scritta e quella orale. L'atmosfera è abbastanza antiquata (fino al 2008 bisognava fare lo scritto con una macchina da scrivere meccanica, been there, done that) e all'orale si assistono a scene di ordinaria scaltrezza. Bisogna intuire cosa vogliono sentirsi dire i giornalisti che compongono la commissione. Meglio ancora se questi ultimi sono di buon umore e non sono stati stressati dall'inaudita ignoranza di una biondina che non è in grado di descrivere in modo circostanziato i fatti della crisi missilistica di Cuba.

Quando ho sostenuto l’esame orale, al ragazzo prima di me venne posta una domanda bellissima: “Come spiegherebbe l’insider trading in una rivista femminile?”. Non ricordo bene come rispose il collega (sì, ci si chiama “colleghi” anche se non ci conosciamo e non condividiamo la redazione, è una cosa corporativa a cui fai presto ad abituarti, come quando da bambino devi buttar giù il cucchiaio di Bactrim). Il collega rispose in modo “sicuro”, dicendo che avrebbe illustrato il reato evitando di scendere nei dettagli legali ed economici. 

Dalle retrovie io avevo in mente una risposta diversa: avrei raccontato la storia di Martha Stewart, la regina di un impero editoriale di trasmissioni e riviste americane femminili molto cozy-shabby-chic. La Stewart venne indagata proprio per insider trading e poi condannata per reati connessi a cinque mesi di reclusione: il giorno del rilascio scese dalla scaletta dell’aereo che la riportava a casa avvolta in uno scialle colorato fatto a mano. Disse che lo aveva realizzato una sua compagna di cella messicana. Avrei spiegato l’insider trading partendo da un caso di cronaca che in qualche modo era affine al giornale su cui avrei scritto. Purtroppo la domanda non venne posta a me, quindi la mia risposta non venne mai data.

A me, tra le tante cose, la commissione chiese quale fu uno dei momenti cardine della Guerra Fredda. Tuttavia non volevano che ne dicessi uno tra i tanti, ma quello che avevano in mente loro. A mia discolpa posso dire che non avevo ancora visto Thirtheen Days: penso che sarebbe stato l'unico modo in cui io avrei potuto saperne qualcosa di più. Sempre nel solco dell'autoassoluzione vorrei ricordare che, per una persona della mia generazione, l'evento più importante della Guerra Fredda è la caduta del Muro di Berlino. Mentre per i giornalisti davanti a me, che prediligevano domande su Craxi e sui bei tempi in cui Buzzati scriveva sul Corriere, la crisi missilistica di Cuba era evidentemente fondamentale. Anche in questo caso, quindi, non venne data la risposta migliore possibile. 

In sostanza la morale del post, spiegata solo per gli amanti della pappa pronta, è la seguente: non importa solo sapere di poter dire o fare la cosa giusta. Bisogna anche avere il culo di poterla esprimere nel momento giusto. Altrimenti è tutto potenziale che rimane inespresso.

[PS: come corollario alla morale aggiungerei anche che "quando arriverà il tuo turno sicuramente non sarai in grado di dare la migliore risposta possibile".]

novembre 25, 2013

Le Signorine delli palazzi

I miei vicini sono una coppia di signori anziani verso gli ottant'anni. Sono entrambi cardiopatici: lui sta messo un po' peggio "dopo quella volta", dice lei.
Lei è quella che parla. Parla sempre troppo, non dice un cazzo e si fa gli affari degli altri. Lui è bonario e, quando mi becca da solo, ama farsi quattro chiacchiere.
Inizialmente mi chiamavano Elena, ogni tanto mi chiamano ancora Elena, ma più volte è capitato che, anche davanti a me, mi chiamassero LA SIGNORINA (ZAN ZAN, drama button).
Ora, io ci ho quasi quarant'anni e sia per l'anagrafe sia per l'aspetto ci sta che mi si dia della signora.
Ma qui non si tratta di rivolgersi a una persona col "Buongiorno signora", "Buonasera signorina". No. Quando delle persone di ottant'anni del tuo palazzo ti chiamano LA SIGNORINA, è perché è scattato l'anatema generazionale, il bollo ZITELLA-SENZAFIGLI-VIVESOLA (coi gatti).

Questo lo so, ah se lo so, perché nel mio palazzo a Verona, nel condominio *nome di città del Friuli*, c'era un'altra SIGNORINA. Era una signora sola, mai stata sposata, che abitava al secondo piano e lavorava a maglia. Di anni non ne aveva quaranta ma sessanta (ed è arrivata fino a oltre novanta, mi pare), ed era chiamata LA SIGNORINA *il cognome è quello di una nota casa automobilistica con cavallino rampante*. Da distinguersi con la SIGNORA *il cognome è lo stesso di un noto compositore italiano del tardo barocco* al primo piano e che, pur non essendo mai stata sposata, aveva comunque il titolo di Signora. A nulla valsero le mie domande di bambina sulla disparità di trattamento.
All'ultimo piano c'era un'altra signorina ricordata LA POVERA SIGNORINA *cognome tipico veronese che significa "colombi di torre"*. Il prefisso le venne assegnato postumo perché depressa e trovata morta negli anni Ottanta DICONO in un tripudio di psicofarmaci sparsi sul letto.
Ah, come non citare l'altra signora del primo piano: quella lo era di nome e di fatto, sposata e quindi titolata SIGNORA *cognome del marito*. Tuttavia era chiacchieratissima per le molte SIGNORINE che venivano a trovarla: dicevano fosse lesbica.
Siamo arrivati al punto che mancano solo le planimetrie del condominio e, ultime ma non meno importanti, le SIGNORINE del quarto piano: una coppia di signori gay avanti con gli anni. Correva voce che avessero le tende di velluto zebrato, ma pochi ebbero il coraggio di entrare in quel postribolo sodomita.

Quante signorine ci sono nelli palazzi, signora mia!

[nomi e cognomi sono stati volutamente censurati per la privacy e il placido riposo nell'aldilà dei vecchi abitanti del condominio "nome città del Friuli"]
 

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