aprile 07, 2014

Guida per forestieri alla metropolitana milanese durante il Salone del Mobile


Inizia il Salone del Mobile con tutti i suoi eventi del Fuori Salo(tt)one sparsi per Milano: la metro milanese è presa d'assalto da forestieri, la gran parte poco abituata ai milanesi, all'ATM, alla linea rossa, allo stop più lungo a Buonarroti e al passaggio pedonale sopra la stazione di Porta Genova.

Ecco un breve decalogo per chi di Milano non è, una guida per camminare a testa alta nell'underground meneghina, come un vero milanese. (è uno sporco lavoro, ogni tanto qualcuno deve farlo, quest'anno ero ispirata e l'ho scritto io).

1
"Scende alla prossima?" ormai è una litania di Chiesa intonata sola dalle vecchine ansiose e con problemi di deambulazione che purtroppo sanno che a Milano i boyscout sono pochi e comunque vanno di fretta. Sappiate che la gran parte delle persone che sono sul vagone con voi dovrà scendere, come voi, a Cadorna per fare il cambio verso la rossa o verso la verde per tornare a Garibaldi o Centrale. Quindi KEEP CALM, e non chiedete alle venti persone davanti all'ingresso se "Scende alla prossima?". Sicuramente a Cadorna/Duomo (e per l'occasione anche a Porta Genova) scenderanno tutti. Mettetevi pazientemente in fila.

2
Sulla banchina c'è TROPPA GENTE, sul treno C'E' TROPPA GENTE, ma c'è una regola che varrà sempre, in tutti i luoghi, in tutti i laghi, a tutte le ore del giorno e della notte, anche se i vagoni sono semi-deserti: ha la precedenza chi scende. Quindi ecco cosa dovete fare se dovete SALIRE SUL TRENINO: appena arriva il treno accostatevi alle porte scorrevoli più vicine che si aprono e accogliete come un corteo festante il blob di persone in uscita dal treno. Mettetevi ACCANTO ALLE PORTE NON DAVANTI, perché so che non amate essere presi a spallate o far mugugnare la gente.
Se invece dovete scendere, scendete dal vagone appena si aprono le porte, NON FERMATEVI E CONTINUATE A CAMMINARE. Se siete con qualcuno, e quel qualcuno è rimasto un po' indietro, aspettatelo in un punto dove non incrociate il flusso. Il flusso non va mai incrociato. Altrimenti sono mugugni e spallate.

3
Che ci crediate o no, quello che ha appena chiuso le porte davanti ai vostri occhi ed è partito fregandosene della vostra corsa disperata sulla banchina NON E' L'ULTIMO TRENO DELLA VITA. Ne passerà un altro tra pochi minuti (quattro, nelle ore di punta), perché a Milano la metropolitana non funziona male, e aspettare un po' non ha mai ucciso nessuno. Invece rimanere pinzati tra le porte scorrevoli non è divertente, ritarda le altre corse e rompe le balle a chi è schiacciato dentro al vagone che sta aspettando di partire. Spippolate pazientemente con il vostro smartphone per altri quattro minuti sulla banchina. Tanto se siete in
ritardo per l'eventone-fuori-salottiero, quattro minuti in più non faranno la differenza.

4
State tornando da Rho-Fiera verso la città e a Buonarroti il treno sta più fermo del dovuto? Non vi preoccupate non si è rotto nulla, non si è suicidato nessuno, è tutto nella norma. Osservate la mappa della metro, vi accorgerete che a Pagano la linea rossa si biforca. Spesso il treno proveniente da Rho-Fiera si ferma un po' di più a Buonarroti per lasciar andare verso Pagano il convoglio in arrivo dalla direzione Bisceglie, e quindi rispettare l'alternanza dei passaggi. Non lamentatevi, non guardatevi attorno con aria stupita come dei perfetti niubbi, fate i milanesi: testa bassa sul telefono magari mentre fotografate le scarpe di quella di fronte.

5
Avete una vita intensa e ve la invidio molto. Tuttavia non strillatela al telefono. Lo so che lo fanno tutti, ma non fatelo, non è carino, e ultimamente sui mezzi è davvero fastidioso sentire gli affari degli altri anche quando si è in cuffia.

6
La movida milanese, in occasione del Salone, ha un'impennata in zona Tortona/Via Savona per tutti gli eventi del Fuori-salotto. Considerato che arrivare in zona in auto e trovare parcheggio è un'impresa anche in periodo meno movimentati, il consiglio che vi darà qualsiasi milanese sarà quello di muovervi con i mezzi. Non vi stanno tendendo una trappola, è la verità: ANDATECI IN METROPOLITANA (O COL BUS, O COL TRAM, a seconda di dove vi trovate). I parcheggi a pagamento saranno pieni, le strade saranno pedonalizzate per l'occasione, arrivarci in auto è davvero un'idea folle: immaginate di essere alla sagra della porchetta di Ariccia, non riuscireste mai a parcheggiare vicino al Superstudio. Tuttavia andare coi mezzi richiede superpoteri e quindi tanta responsabilità. In particolare ricordate che l'ultima corsa della metropolitana da Porta Genova in direzione Cascina Gobba (e quindi Cadona, dove c'è l'utile incrocio con la M1 rossa) passa alle 00:41 (orario infrasettimanale), mentre in direzione Famagosta alle 00:50.
Anche se Tortona/Savona sono a un tiro di schioppo dalla fermata di Porta Genova, c'è uno stretto passaggio pedonale sopra alla ferrovia che, durante il Fuori-salotto, ospita una compatta coda di gente che è lì per andare a mangiare e bere gratis a spese dell'industria del design. Insomma, una selezione umana degna di nota con cui avrete da fare i conti se dovete arrivare a un appuntamento (in particolare dopo le ore 18) e soprattutto se pensate di tornare al vostro albergo con l'ultima metropolitana della sera.

7
L'ATM ha un account su Twitter chiamato @ATM Informa https://twitter.com/atm_informa. Non ci crederete ma funziona, è attivo e avvisa se ci sono problemi o ritardi sulle linee di autobus e metro. Invece di giocare a Ruzzle seguite l'account per controllare se ci sono problemi di ritardi. Inoltre l'ATM ha una info line attiva dalle 7e30 alle 19e30 al numero 02.48.607.607. Servitevene se il senso dell'orientamento o gli orari non sono il vostro forte. Diffidate del servizio "GiroMilano" sul sito di ATM, è uno strumento diabolico che per farvi andare da Duomo a Via Bergognone rischia di farvi passare dallo stabilimento di un mobilificio di Cantù. E OK che siete qui per il Salone del Mobile, ma la Brianza rimane sempre un po' fuori mano...

8
Sulla metropolitana ci sono tanti violinisti tzigani, persone che chiedono la carità, barboni puzzonissimi, artisti con chitarre scordate. Poi c'è quella donna che canta sempre la Pausini ed è francamente terribile: se mai la incontrerete non potrete che convenire con me. Una raccomandazione: mano alla borsa e non tornate a casa dicendo che Pisapia ha aperto le porte agli zingari, che è uno schifo, non è possibile signoramia e blablabla. È sempre così, solo che vi è andata male e siete a Milano per il Salone del Mobile. Se foste a Milano per una delle innumerevoli settimane della moda tutto questo scomparirebbe ai vostri occhi di fronte
all'alta densità di modelle fighe che vengono avvistate a chiedere informazioni su come raggiungere la fermata Montenapoleone.

9
Non fate i furbi: per arrivare a Rho/Fiera bisogna prendere IL BIGLIETTO COSTOSO. Non basta quello urbano da 1,50 euro, dovete prendere quello speciale. ATM vi offre alla cifra di 5 euro un A/R città/Fiera/città. Se dovete fare più viaggi in giornata valutate di acquistare il biglietto da 7 euro giornaliero. Il giornaliero è una figata, i forestieri che lo scoprono ne rimangono sempre entusiasti (un giornaliero cittadino costa 4,50 euro e dura 24 ore 24!!).

10
Ah, tenete sempre il biglietto a portata di mano, non buttatelo, non spiegazzatelo, non nascondetelo nella vostra incasinata borsa/24 ore. Questo perché durante il giorno e di sera (sempre in metropolitana) molte stazioni bloccano i tornelli in uscita. Significa che per uscire dovrete vidimare il biglietto con cui siete entrati nella stazione di partenza. La cosa migliore che potete fare è avere il biglietto in mano e fluire con eleganza fuori dal tornello, come dei veri milanesi, come fanno a Londra i londinesi, senza mettervi a frugare nelle tasche alla barriera (come accade a me di solito -_-).

11 (perché ogni decalogo ha il punto 11)
Come ricorda l'amico Vito, non sottovalutate il passante ferroviario come fanno i milanesi. Per andare a Rho è più facile, più comodo, più economico e soprattutto molto meno affollato. Da Garibaldi (passante) c'è una corsa per Rho ad ogni :02 :17 :32 e :47 (4 corse ogni ora) a 2,40€ - in 14 minuti sei in fiera.



marzo 28, 2014

The hurt locker

(è uno di quei post intimisti sui cazzi miei personali che se non avete voglia di leggere potete chiudere la finestra adesso e nessuno vi biasimerà)

C’è un motivo ben preciso e personale per cui gli Afterhours ormai li ascolto quasi esclusivamente dal vivo, solo che a forza di farlo me lo ero anche dimenticato. Sono aiutata dal fatto che qui a Milano abbiamo l’opportunità di assistere spesso ai loro concerti, non ho idea di quanti ne ho visti dal 2000 a oggi, secondo me più di venti di sicuro, ma almeno ogni anno ricevo la giusta dose di germi, iene, lividi, bombay, punti g e via dicendo.
Purtroppo lo scorso martedì sera all’Alcatraz, durante l’intera esecuzione dal vivo di Hai paura del buio *così-com’è-nel-disco-del-1997*, ho ricordato a mie spese perché avevo spedito quel disco in un ripiano bassobasso della libreria. Non volevo che mi guardasse più con quei suoi begli occhietti spenti.
Sono stata una sventata, lo ammetto, ad andare all’Alcatraz senza immaginare che mi sarei confrontata con dei fantasmi irrisolti.
L’effetto pavloviano è stato davvero da manuale. Abituata per anni agli arrangiamenti da concerto, al disordine di scalette che mescolano pezzi di tutto il repertorio, spararmi il disco come tanti anni fa, con tutte le sue distorsioni, scordature e parole incomprensibili… mi ha mandato a malissimo. Allenata ormai a riprendermi in pochi minuti dai momenti in cui prenderei a calci anche un rarissimo vaso Ming che risolverebbe il problema del mutuo trentennale che grava sulla mia personcina, uscita dall’Alcatraz stavo già benone.

Dopo Hai paura del buio gli Afterhours hanno eseguito delle canzoni inutili di un disco che non ho mai ascoltato, quindi ho colto la facile occasione di estraniarmi pensando al tipo occhieggiato alla mia sinistra e con cui mi sono scambiata un mezzo sorriso, e ho addirittura fatto una riflessione.

[OMISSIS: qui c’era un paragrafo dove scrivevo le stesse cose che dico sempre, che a volte ripeto perché i mantra vanno ripetuti. "Sto benone, ho trovato la soluzione per vivere abbastanza spensieratamente la quotidianità e di farmi un baffo dell’irrisolutezza altrui". Purtroppo ci sono dei momenti random in cui il passato si ripresenta come un peperone. Chiamalo karma, chiamalo fanculo, ma quando mi piglia sono sempre impreparata, un po’ come con la sindrome premestruale: sto male malissimo, piango piangissimo, nessuno mi vuole vuolissimo, sono una creatura disgustosa disgustosissima… AH MA E’ SOLO UN PROBLEMA ORMONALE, TRA UNA SETTIMANA QUINDI SPACCO IL MONDO sulle note di “Hold on I’m coming”]


La riflessione più importante che ho fatto, comunque, è che il prossimo deve essere alto almeno un metro e ottantacinque. Che ho diritto anche io di abbracciare uno alto, di appoggiare la testa a un petto e non a una clavicola, facendo pure la fatica di ingobbirmi e piegare le ginocchia. Non saranno fatte eccezioni, anche perché sapeste che scuse ridicole ho sentito io, con queste orecchie. Credo che appoggiare la testa a un petto sia un diritto da inserire nella Convenzione dei diritti dell’uomo. Ora vado a fare una telefonatina ad Amnesty International per far valere la mia ragione. Forse gireranno la chiamata al WWF, ma non transigo: l’importante è che sia alto.

febbraio 01, 2014

Le risposte migliori solitamente non vengono mai date

L'esame di Stato per diventare giornalisti professionisti è articolato in due prove: quella scritta e quella orale. L'atmosfera è abbastanza antiquata (fino al 2008 bisognava fare lo scritto con una macchina da scrivere meccanica, been there, done that) e all'orale si assistono a scene di ordinaria scaltrezza. Bisogna intuire cosa vogliono sentirsi dire i giornalisti che compongono la commissione. Meglio ancora se questi ultimi sono di buon umore e non sono stati stressati dall'inaudita ignoranza di una biondina che non è in grado di descrivere in modo circostanziato i fatti della crisi missilistica di Cuba.

Quando ho sostenuto l’esame orale, al ragazzo prima di me venne posta una domanda bellissima: “Come spiegherebbe l’insider trading in una rivista femminile?”. Non ricordo bene come rispose il collega (sì, ci si chiama “colleghi” anche se non ci conosciamo e non condividiamo la redazione, è una cosa corporativa a cui fai presto ad abituarti, come quando da bambino devi buttar giù il cucchiaio di Bactrim). Il collega rispose in modo “sicuro”, dicendo che avrebbe illustrato il reato evitando di scendere nei dettagli legali ed economici. 

Dalle retrovie io avevo in mente una risposta diversa: avrei raccontato la storia di Martha Stewart, la regina di un impero editoriale di trasmissioni e riviste americane femminili molto cozy-shabby-chic. La Stewart venne indagata proprio per insider trading e poi condannata per reati connessi a cinque mesi di reclusione: il giorno del rilascio scese dalla scaletta dell’aereo che la riportava a casa avvolta in uno scialle colorato fatto a mano. Disse che lo aveva realizzato una sua compagna di cella messicana. Avrei spiegato l’insider trading partendo da un caso di cronaca che in qualche modo era affine al giornale su cui avrei scritto. Purtroppo la domanda non venne posta a me, quindi la mia risposta non venne mai data.

A me, tra le tante cose, la commissione chiese quale fu uno dei momenti cardine della Guerra Fredda. Tuttavia non volevano che ne dicessi uno tra i tanti, ma quello che avevano in mente loro. A mia discolpa posso dire che non avevo ancora visto Thirtheen Days: penso che sarebbe stato l'unico modo in cui io avrei potuto saperne qualcosa di più. Sempre nel solco dell'autoassoluzione vorrei ricordare che, per una persona della mia generazione, l'evento più importante della Guerra Fredda è la caduta del Muro di Berlino. Mentre per i giornalisti davanti a me, che prediligevano domande su Craxi e sui bei tempi in cui Buzzati scriveva sul Corriere, la crisi missilistica di Cuba era evidentemente fondamentale. Anche in questo caso, quindi, non venne data la risposta migliore possibile. 

In sostanza la morale del post, spiegata solo per gli amanti della pappa pronta, è la seguente: non importa solo sapere di poter dire o fare la cosa giusta. Bisogna anche avere il culo di poterla esprimere nel momento giusto. Altrimenti è tutto potenziale che rimane inespresso.

[PS: come corollario alla morale aggiungerei anche che "quando arriverà il tuo turno sicuramente non sarai in grado di dare la migliore risposta possibile".]

novembre 25, 2013

Le Signorine delli palazzi

I miei vicini sono una coppia di signori anziani verso gli ottant'anni. Sono entrambi cardiopatici: lui sta messo un po' peggio "dopo quella volta", dice lei.
Lei è quella che parla. Parla sempre troppo, non dice un cazzo e si fa gli affari degli altri. Lui è bonario e, quando mi becca da solo, ama farsi quattro chiacchiere.
Inizialmente mi chiamavano Elena, ogni tanto mi chiamano ancora Elena, ma più volte è capitato che, anche davanti a me, mi chiamassero LA SIGNORINA (ZAN ZAN, drama button).
Ora, io ci ho quasi quarant'anni e sia per l'anagrafe sia per l'aspetto ci sta che mi si dia della signora.
Ma qui non si tratta di rivolgersi a una persona col "Buongiorno signora", "Buonasera signorina". No. Quando delle persone di ottant'anni del tuo palazzo ti chiamano LA SIGNORINA, è perché è scattato l'anatema generazionale, il bollo ZITELLA-SENZAFIGLI-VIVESOLA (coi gatti).

Questo lo so, ah se lo so, perché nel mio palazzo a Verona, nel condominio *nome di città del Friuli*, c'era un'altra SIGNORINA. Era una signora sola, mai stata sposata, che abitava al secondo piano e lavorava a maglia. Di anni non ne aveva quaranta ma sessanta (ed è arrivata fino a oltre novanta, mi pare), ed era chiamata LA SIGNORINA *il cognome è quello di una nota casa automobilistica con cavallino rampante*. Da distinguersi con la SIGNORA *il cognome è lo stesso di un noto compositore italiano del tardo barocco* al primo piano e che, pur non essendo mai stata sposata, aveva comunque il titolo di Signora. A nulla valsero le mie domande di bambina sulla disparità di trattamento.
All'ultimo piano c'era un'altra signorina ricordata LA POVERA SIGNORINA *cognome tipico veronese che significa "colombi di torre"*. Il prefisso le venne assegnato postumo perché depressa e trovata morta negli anni Ottanta DICONO in un tripudio di psicofarmaci sparsi sul letto.
Ah, come non citare l'altra signora del primo piano: quella lo era di nome e di fatto, sposata e quindi titolata SIGNORA *cognome del marito*. Tuttavia era chiacchieratissima per le molte SIGNORINE che venivano a trovarla: dicevano fosse lesbica.
Siamo arrivati al punto che mancano solo le planimetrie del condominio e, ultime ma non meno importanti, le SIGNORINE del quarto piano: una coppia di signori gay avanti con gli anni. Correva voce che avessero le tende di velluto zebrato, ma pochi ebbero il coraggio di entrare in quel postribolo sodomita.

Quante signorine ci sono nelli palazzi, signora mia!

[nomi e cognomi sono stati volutamente censurati per la privacy e il placido riposo nell'aldilà dei vecchi abitanti del condominio "nome città del Friuli"]

novembre 04, 2013

"It's just a love song, but it's all goin'on"



No niente, è che ieri sera ho trovato il secondo/terzo uomo al mondo per cui valga la pena di buttarmi nel pogo, pensare di lanciargli il reggiseno di La Perla che ho addosso (ma non lo faccio: ormonale sì, mica cretina), strappare la tracolla della borsa, considerare che sì, le Dr. Martens sono le scarpe definitive, morite tutti.

E mentre sono seduta a fianco di un paninaro tirato a lucido, con un panino alla salsiccia nella mano sinistra, una birra nella destra, con addosso il sudore di nani e giganti, in sottofondo della musica di merda, accanto dei tamarri che urlano parolacce a Siri, penso che sto bene. Ma così bene che, non mi sorprendo, proprio non sento il bisogno di nient'altro.
Registriamo il 3 novembre come migliore serata 2013, con tante grazie ai Queens of the Stone Age.

Josh Homme ha tanta presenza, sostanza vocale e fisica, e una camicia da boscaiolo. Ci trovo molta eleganza, in quest'uomo. Lo vedi, è un quarto di bue solido, sodo e tatuato. Sul palco è un armadio che canta e indossa la chitarra come se fosse un giocattolo tra le sue braccia. Dice cose zozze nelle canzoni che vorresti pensare che fossero romantiche ma che non lo sono. E lo fa con la naturalezza di chi ha nel sangue il talento ma anche il mestiere delle rockstar: senza gigioneggiare come Mike Patton, senza quel tocco di sofferenza che rende tanto romantico Eddie Vedder, ma mettendoci una leggerezza sostanziale e tanta disinvoltura. Anche lui è elegante, sì.
[minima ormonalia]

settembre 29, 2013

Alle due di notte pare un pensiero sensato, domattina non saprei.

Decidere a tavolino di non ficcarmi da sola nei guai ha funzionato. Sono in un limbo di serenità vegetativa, non farmacologica, tendente al rosa antico. Piacevole, quindi, ma un po' scialba.

settembre 15, 2013

[Lezione 1] Il galateo secondo RuMiKa

Ci incontriamo una volta a un aperitivo. E ci presentiamo.
Ci incontriamo la seconda volta a un aperitivo. Mi ricordo di te, ma tu no. Capita. Ci ripresentiamo.
Ci incontriamo la terza volta a un aperitivo. Non dai segno di riconoscermi.
Ci incontriamo la quarta volta a un YAWN io ormai faccio finta di nulla, ti rivolgo ugualmente la parola, la tua faccia è chiaramente un "Macchiccazzo è questa che mi parla?".
Ci incontria... EVVAFFANCULOOOOO.
 

Puffetti rosa - Un blog riaperto. Puffetti Rosa is Designed by Serena