marzo 28, 2014

The hurt locker

(è uno di quei post intimisti sui cazzi miei personali che se non avete voglia di leggere potete chiudere la finestra adesso e nessuno vi biasimerà)

C’è un motivo ben preciso e personale per cui gli Afterhours ormai li ascolto quasi esclusivamente dal vivo, solo che a forza di farlo me lo ero anche dimenticato. Sono aiutata dal fatto che qui a Milano abbiamo l’opportunità di assistere spesso ai loro concerti, non ho idea di quanti ne ho visti dal 2000 a oggi, secondo me più di venti di sicuro, ma almeno ogni anno ricevo la giusta dose di germi, iene, lividi, bombay, punti g e via dicendo.
Purtroppo lo scorso martedì sera all’Alcatraz, durante l’intera esecuzione dal vivo di Hai paura del buio *così-com’è-nel-disco-del-1997*, ho ricordato a mie spese perché avevo spedito quel disco in un ripiano bassobasso della libreria. Non volevo che mi guardasse più con quei suoi begli occhietti spenti.
Sono stata una sventata, lo ammetto, ad andare all’Alcatraz senza immaginare che mi sarei confrontata con dei fantasmi irrisolti.
L’effetto pavloviano è stato davvero da manuale. Abituata per anni agli arrangiamenti da concerto, al disordine di scalette che mescolano pezzi di tutto il repertorio, spararmi il disco come tanti anni fa, con tutte le sue distorsioni, scordature e parole incomprensibili… mi ha mandato a malissimo. Allenata ormai a riprendermi in pochi minuti dai momenti in cui prenderei a calci anche un rarissimo vaso Ming che risolverebbe il problema del mutuo trentennale che grava sulla mia personcina, uscita dall’Alcatraz stavo già benone.

Dopo Hai paura del buio gli Afterhours hanno eseguito delle canzoni inutili di un disco che non ho mai ascoltato, quindi ho colto la facile occasione di estraniarmi pensando al tipo occhieggiato alla mia sinistra e con cui mi sono scambiata un mezzo sorriso, e ho addirittura fatto una riflessione.

[OMISSIS: qui c’era un paragrafo dove scrivevo le stesse cose che dico sempre, che a volte ripeto perché i mantra vanno ripetuti. "Sto benone, ho trovato la soluzione per vivere abbastanza spensieratamente la quotidianità e di farmi un baffo dell’irrisolutezza altrui". Purtroppo ci sono dei momenti random in cui il passato si ripresenta come un peperone. Chiamalo karma, chiamalo fanculo, ma quando mi piglia sono sempre impreparata, un po’ come con la sindrome premestruale: sto male malissimo, piango piangissimo, nessuno mi vuole vuolissimo, sono una creatura disgustosa disgustosissima… AH MA E’ SOLO UN PROBLEMA ORMONALE, TRA UNA SETTIMANA QUINDI SPACCO IL MONDO sulle note di “Hold on I’m coming”]


La riflessione più importante che ho fatto, comunque, è che il prossimo deve essere alto almeno un metro e ottantacinque. Che ho diritto anche io di abbracciare uno alto, di appoggiare la testa a un petto e non a una clavicola, facendo pure la fatica di ingobbirmi e piegare le ginocchia. Non saranno fatte eccezioni, anche perché sapeste che scuse ridicole ho sentito io, con queste orecchie. Credo che appoggiare la testa a un petto sia un diritto da inserire nella Convenzione dei diritti dell’uomo. Ora vado a fare una telefonatina ad Amnesty International per far valere la mia ragione. Forse gireranno la chiamata al WWF, ma non transigo: l’importante è che sia alto.

febbraio 01, 2014

Le risposte migliori solitamente non vengono mai date

L'esame di Stato per diventare giornalisti professionisti è articolato in due prove: quella scritta e quella orale. L'atmosfera è abbastanza antiquata (fino al 2008 bisognava fare lo scritto con una macchina da scrivere meccanica, been there, done that) e all'orale si assistono a scene di ordinaria scaltrezza. Bisogna intuire cosa vogliono sentirsi dire i giornalisti che compongono la commissione. Meglio ancora se questi ultimi sono di buon umore e non sono stati stressati dall'inaudita ignoranza di una biondina che non è in grado di descrivere in modo circostanziato i fatti della crisi missilistica di Cuba.

Quando ho sostenuto l’esame orale, al ragazzo prima di me venne posta una domanda bellissima: “Come spiegherebbe l’insider trading in una rivista femminile?”. Non ricordo bene come rispose il collega (sì, ci si chiama “colleghi” anche se non ci conosciamo e non condividiamo la redazione, è una cosa corporativa a cui fai presto ad abituarti, come quando da bambino devi buttar giù il cucchiaio di Bactrim). Il collega rispose in modo “sicuro”, dicendo che avrebbe illustrato il reato evitando di scendere nei dettagli legali ed economici. 

Dalle retrovie io avevo in mente una risposta diversa: avrei raccontato la storia di Martha Stewart, la regina di un impero editoriale di trasmissioni e riviste americane femminili molto cozy-shabby-chic. La Stewart venne indagata proprio per insider trading e poi condannata per reati connessi a cinque mesi di reclusione: il giorno del rilascio scese dalla scaletta dell’aereo che la riportava a casa avvolta in uno scialle colorato fatto a mano. Disse che lo aveva realizzato una sua compagna di cella messicana. Avrei spiegato l’insider trading partendo da un caso di cronaca che in qualche modo era affine al giornale su cui avrei scritto. Purtroppo la domanda non venne posta a me, quindi la mia risposta non venne mai data.

A me, tra le tante cose, la commissione chiese quale fu uno dei momenti cardine della Guerra Fredda. Tuttavia non volevano che ne dicessi uno tra i tanti, ma quello che avevano in mente loro. A mia discolpa posso dire che non avevo ancora visto Thirtheen Days: penso che sarebbe stato l'unico modo in cui io avrei potuto saperne qualcosa di più. Sempre nel solco dell'autoassoluzione vorrei ricordare che, per una persona della mia generazione, l'evento più importante della Guerra Fredda è la caduta del Muro di Berlino. Mentre per i giornalisti davanti a me, che prediligevano domande su Craxi e sui bei tempi in cui Buzzati scriveva sul Corriere, la crisi missilistica di Cuba era evidentemente fondamentale. Anche in questo caso, quindi, non venne data la risposta migliore possibile. 

In sostanza la morale del post, spiegata solo per gli amanti della pappa pronta, è la seguente: non importa solo sapere di poter dire o fare la cosa giusta. Bisogna anche avere il culo di poterla esprimere nel momento giusto. Altrimenti è tutto potenziale che rimane inespresso.

[PS: come corollario alla morale aggiungerei anche che "quando arriverà il tuo turno sicuramente non sarai in grado di dare la migliore risposta possibile".]

novembre 25, 2013

Le Signorine delli palazzi

I miei vicini sono una coppia di signori anziani verso gli ottant'anni. Sono entrambi cardiopatici: lui sta messo un po' peggio "dopo quella volta", dice lei.
Lei è quella che parla. Parla sempre troppo, non dice un cazzo e si fa gli affari degli altri. Lui è bonario e, quando mi becca da solo, ama farsi quattro chiacchiere.
Inizialmente mi chiamavano Elena, ogni tanto mi chiamano ancora Elena, ma più volte è capitato che, anche davanti a me, mi chiamassero LA SIGNORINA (ZAN ZAN, drama button).
Ora, io ci ho quasi quarant'anni e sia per l'anagrafe sia per l'aspetto ci sta che mi si dia della signora.
Ma qui non si tratta di rivolgersi a una persona col "Buongiorno signora", "Buonasera signorina". No. Quando delle persone di ottant'anni del tuo palazzo ti chiamano LA SIGNORINA, è perché è scattato l'anatema generazionale, il bollo ZITELLA-SENZAFIGLI-VIVESOLA (coi gatti).

Questo lo so, ah se lo so, perché nel mio palazzo a Verona, nel condominio *nome di città del Friuli*, c'era un'altra SIGNORINA. Era una signora sola, mai stata sposata, che abitava al secondo piano e lavorava a maglia. Di anni non ne aveva quaranta ma sessanta (ed è arrivata fino a oltre novanta, mi pare), ed era chiamata LA SIGNORINA *il cognome è quello di una nota casa automobilistica con cavallino rampante*. Da distinguersi con la SIGNORA *il cognome è lo stesso di un noto compositore italiano del tardo barocco* al primo piano e che, pur non essendo mai stata sposata, aveva comunque il titolo di Signora. A nulla valsero le mie domande di bambina sulla disparità di trattamento.
All'ultimo piano c'era un'altra signorina ricordata LA POVERA SIGNORINA *cognome tipico veronese che significa "colombi di torre"*. Il prefisso le venne assegnato postumo perché depressa e trovata morta negli anni Ottanta DICONO in un tripudio di psicofarmaci sparsi sul letto.
Ah, come non citare l'altra signora del primo piano: quella lo era di nome e di fatto, sposata e quindi titolata SIGNORA *cognome del marito*. Tuttavia era chiacchieratissima per le molte SIGNORINE che venivano a trovarla: dicevano fosse lesbica.
Siamo arrivati al punto che mancano solo le planimetrie del condominio e, ultime ma non meno importanti, le SIGNORINE del quarto piano: una coppia di signori gay avanti con gli anni. Correva voce che avessero le tende di velluto zebrato, ma pochi ebbero il coraggio di entrare in quel postribolo sodomita.

Quante signorine ci sono nelli palazzi, signora mia!

[nomi e cognomi sono stati volutamente censurati per la privacy e il placido riposo nell'aldilà dei vecchi abitanti del condominio "nome città del Friuli"]

novembre 04, 2013

"It's just a love song, but it's all goin'on"



No niente, è che ieri sera ho trovato il secondo/terzo uomo al mondo per cui valga la pena di buttarmi nel pogo, pensare di lanciargli il reggiseno di La Perla che ho addosso (ma non lo faccio: ormonale sì, mica cretina), strappare la tracolla della borsa, considerare che sì, le Dr. Martens sono le scarpe definitive, morite tutti.

E mentre sono seduta a fianco di un paninaro tirato a lucido, con un panino alla salsiccia nella mano sinistra, una birra nella destra, con addosso il sudore di nani e giganti, in sottofondo della musica di merda, accanto dei tamarri che urlano parolacce a Siri, penso che sto bene. Ma così bene che, non mi sorprendo, proprio non sento il bisogno di nient'altro.
Registriamo il 3 novembre come migliore serata 2013, con tante grazie ai Queens of the Stone Age.

Josh Homme ha tanta presenza, sostanza vocale e fisica, e una camicia da boscaiolo. Ci trovo molta eleganza, in quest'uomo. Lo vedi, è un quarto di bue solido, sodo e tatuato. Sul palco è un armadio che canta e indossa la chitarra come se fosse un giocattolo tra le sue braccia. Dice cose zozze nelle canzoni che vorresti pensare che fossero romantiche ma che non lo sono. E lo fa con la naturalezza di chi ha nel sangue il talento ma anche il mestiere delle rockstar: senza gigioneggiare come Mike Patton, senza quel tocco di sofferenza che rende tanto romantico Eddie Vedder, ma mettendoci una leggerezza sostanziale e tanta disinvoltura. Anche lui è elegante, sì.
[minima ormonalia]

settembre 29, 2013

Alle due di notte pare un pensiero sensato, domattina non saprei.

Decidere a tavolino di non ficcarmi da sola nei guai ha funzionato. Sono in un limbo di serenità vegetativa, non farmacologica, tendente al rosa antico. Piacevole, quindi, ma un po' scialba.

settembre 15, 2013

[Lezione 1] Il galateo secondo RuMiKa

Ci incontriamo una volta a un aperitivo. E ci presentiamo.
Ci incontriamo la seconda volta a un aperitivo. Mi ricordo di te, ma tu no. Capita. Ci ripresentiamo.
Ci incontriamo la terza volta a un aperitivo. Non dai segno di riconoscermi.
Ci incontriamo la quarta volta a un YAWN io ormai faccio finta di nulla, ti rivolgo ugualmente la parola, la tua faccia è chiaramente un "Macchiccazzo è questa che mi parla?".
Ci incontria... EVVAFFANCULOOOOO.

settembre 11, 2013

This is not a drill, this is not a drill.

Mai, mai una volta che le cose vadano lisce, in simpatia, senza intoppi, con un minimo di qualità, convenienza e cortesia. Anche quelle più semplici e innocenti. Mai.
E' invece scientificamente provato che se qualcosa lo gestisco io, magari  non va come deve andare, ma almeno sono fatti salvi i diritti fondamentali degli inermi. Degli stronzi no, che se ne vadano a cagare. Anzi no, è da parecchio tempo che ho un'ammirazione incondizionata per gli stronzi. Quindi non mando a cagare loro. Piuttosto i cretini. A cagare i cretini. A cagarissimo.
Girare al largo.

settembre 04, 2013

Il pollo con le mani

C'è questa cosa, non so se sia la percezione corretta di una realtà che non mi appartiene da quando sono cresciuta,  per cui ai bambini viene trasmesso di mangiare con forchetta e coltello, e che sporcarsi è brutto, fastidioso, unto per mamma che deve lavare il bavaglino, il tovagliolo, la tovaglia e le manine e la faccia con le salviette umidificate.
E quindi per molto tempo, di riflesso, a te fa schifo mangiare con le mani, perché inconsciamente lo associ al fastidio di mamma e papà, a te fa schifo quello che a loro fa schifo, ma non perché ti faccia realmente schifo, ma perché le conseguenze sono fastidiose.
Bene, ora che sono ben più che adulta posso dire a piena voce
PORCO CANE QUANTO E' MERAVIGLIOSO MANGIARE IL POLLO CON LE MANI.

agosto 23, 2013

Pupetti Rosa 2013 - Lu malocchiu

Lì nel paesello siciliano c’è questa vecchina di 91 anni che ti toglie il malocchio. Mi dicono “Dai andiamo”, ma io oppongo “Che ne so io, se ho il malocchio oppure no?”. La risposta mi convince: “Ci sono tante persone che si concentrano sul male di chiunque, è bello essere sicuri che qualcuno operi per il tuo bene. E poi la nonnina è contenta di farlo per tutti”.
Appurato che non saranno chiesti né quattrini né beni in natura (la crisi si sente anche nelle piccole cose e io al massimo potrei portare dei fichi d’india rubati dalla pianta dei vicini) accetto di andare a farmi togliere lu malocchiu che forse non ho, col timore di tirarmelo.

In una piccola corte ricavata da un garage, arredata con divani vecchi, poltrone, un tavolo da pranzo e un  forno a legna, mi viene presentata la vecchina. Ha in bocca solo un incisivo sbilenco e scheggiato, come si chiami non lo so, e quello che dice proprio non lo capisco: parla un siciliano sdentato. Cercare di far credere a una potenziale sensitiva che sto capendo quel che mi dice è davvero ridicolo, quindi mi risparmio di annuire come una secchiona in prima fila a ogni suono che esce dalla sua bocca: mi impegno a sorridere gentilmente, per comunicarle un po’ di gratitudine per quel che mi sta per fare. A un certo punto dice “Di venere”, io ho un sussulto di comprensione e dico “Ah di venerdì!”, lei dice di sì, ma non è chiaro cosa debba accadere di venerdì, anche perché oggi è domenica mattina.
 La nonnina mi invita a sedere mentre lei si mette in piedi accanto, afferrandomi la fronte. Inizia a recitare una filastrocca in cui distinguo delle parole. “Occhio… malocchiu… ferro… cavolo… se qualcuno ha preso d’occhio…”, mentre mi traccia delle crocette sulla fronte. Poi mi accarezza le sopracciglia, io chiudo gli occhi e sento dei profumi di cibo provenire dalla cucina: ah come si mangia bene in Sicilia.
“Elena, devi tornare anche domani e dopodomani”, mi dice la nipote.
La mattina dopo torno, ma la porta del garage è socchiusa e non voglio disturbare. Passo qualche ora dopo, verso le cinque, e la vecchina è un po’ risentita con me: il rito va fatto di mattina, il pomeriggio non funziona! E questo me lo fa capire bene. Io non insisto ma lei procede ugualmente. “Ci vediamo domani MATTINA”, dice salutandomi.

I fatti che seguono sono storia di vera mestizia, considerato che non mi ammalavo dal novembre 2007. Qualche ora dopo la seconda preghierina ferro-cavolo-malocchiu mi sento malissimo, vomito l’anima e un intero pranzo di delizie. La guardia medica diagnostica “lu viruzzzz”. Io ipotizzo una congestione. Molti un’intossicazione alimentare. Poi mi sale la febbre, e il giorno dopo devo anche prendere il volo di ritorno per questa vacanza lampo di quattro giorni interi, più due rosicchiati da operazioni di avvicinamento ad aeroporti, imbarchi, sbarchi, ritiro bagagli. Decido di saltare la terza seduta: non solo non ho le forze di arrivare al garage, ma non voglio neppure correre il rischio di passare lu viruzzz alla nonnina di 91 anni.
Tornata a casa in condizioni pietose, mi domando ancora quale peste possa avermi colpito. Potrebbe essere lu viruzzzz, la congestione, l’intossicazione… oppure... che sia stato lu malocchiu che se ne è andato? 


luglio 30, 2013

Free as a bird

M: Ciao, sono io, mi piaci, ti piaccio?
F: Sì mi piaci.
M: Ci diamo i bacini?
F: Sì dai, che bello!
M: Oh, che bello darci i bacini, vero?
F: Sì è bellissimo!
M: Ci rivediamo?
F: Certo, ho detto che era tutto bellobellissimo, ovvio che ho voglia che ci rivediamo!
M: Mah, non lo so, c'ho probblemi, troppiprobblemi...

In poche, sintetiche ed elementari righe quello che operativamente sto facendo il possibile per evitare da qui all'eternità, senza sentirmi definire "Hai gusti difficili", "Abbassa il tiro", "Ma perché? Una come te?", "Ma non è possibile".
Ossia i coglioni capaci di farmi sentire una merda quando invece sono loro ad avere qualcosa che non va nella testa... e anche altrove. E mi sento una merda non tanto perché ho una bassa autostima, ma perché chi non parla chiaro ha sempre un posto nel mio cuore: quell'angolo triste del vaffanculo estorto con la forza quando di solito, anche solo per quieto vivere, non ho voglia di mandarci nessuno.

luglio 12, 2013

Qualcosa dentro sarà pure rimasto

Faccio tutto, vado dappertutto, ho visto di tutto, non ho più paura di nulla, nessuno mi sorprende più.
Eppure entrare in una sala cinematografica e rimanerci tranquilla, rapita dallo schermo non è più naturale come un tempo. Ancora adesso mi devo concentrare per non piantare le unghie nei braccioli, per non muovermi troppo e far vibrare la fila di sedie. E va anche bene, perché fino a due anni fa arrivava sempre il momento in cui volevo alzarmi e dire, ok, finora è andato tutto bene ma adesso basta, non ce la faccio più, io me ne vado. Per evitare scene madri invece succedeva che mi addormentavo, è stata per un po' di tempo la mia forma migliore di autocontrollo.

Conosco bene le cause di questo problema, non è questo il luogo per discuterle perché non riguardano solo me, a un certo punto ho risolto tutto smettendo di andare al cinema. Il che non è positivo per una persona che ha iniziato a frequentare le sale a tre, quattro anni e negli anni ha continuato a farlo ininterrottamente in modo sempre più intenso, vario e appassionato. Ma un conto è essere appassionati di cinema, un altro è entrare in una sala, al buio, sedersi e rimanere lì e sentirsi così soli da avere le vertigini allo stomaco, tanto da non capire più cosa stia accadendo sullo schermo. Anche se ti piace, anche se è il tuo linguaggio, anche se lo possiedi da anni.

Quando ero bambina mi domandavo come fosse possibile che, per colpa di un ictus, una persona non riuscisse più a parlare o a scrivere. "Si deve concentrare", pensavo. "Qualcosa dentro sarà pur rimasto". E invece no. Ogni tanto succedono dei cortocircuiti e non rimane proprio nulla. Mi sono diagnosticata un ictus cinematografico, perché non mi ricordo più come si stia in un cinema e come si guardi un film. Insomma, quella che è mi è rimasta è solo la propensione intellettuale, ma l'emozione è stata sostituita da brutte sensazioni che ho imparato a dominare convincendomi che dovevo lasciar scorrere tutto.

Non avete idea di quante volte, negli ultimi cinque anni, ho iniziato a scrivere questo post e non l'ho mai finito.
Di quanto mi abbia addolorato vedere una passione così personale e vibrante cedere all'angoscia. O lasciavo sul piatto la mia sanità mentale o ci lasciavo la passione. Non mi pento di aver lasciato andare quest'ultima e aver preservato la mente per altre cose.
Se scrivo oggi non è perché ho superato tutto, ma solo perché ho trovato delle parole per spiegarlo.

giugno 20, 2013

Ho visto un film, proprio non mi è piaciuto

Siccome questo film l'ho visto perché me l'ha passato Quedex, nel domandarmi del perché lo abbia fatto sono giunta alla conclusione che sia stato per un motivo preciso: perché ne scrivessi una recensione così.

D'altro canto ieri sera domandavo a un amico cosa mi dovessi aspettare, e lui mi ha risposto "Le recensioni in giro non sono malvagie". Io ho semplicemente detto che "se è una di quelle americanate logorroiche sulla gente che c'ha probblemi, sentirai degli ululati scomposti provenire da nordovest".

Mettiamo subito le cose in chiaro: io non sono una di quelle persone a cui può piacere un film come Silver Linings Playbook. Perché si avvia con un'identità che di solito mi infastidisce (un film su gente in crisi di nervi avanzata che strilla, litiga, prende psicofarmaci per ordine del giudice, ma ha dentro qualcosa di bello che il mondo non aspetta altro che scoprire, credici...) e si conclude come una commediola romantica di quelle con protagonista Jennifer Aniston. Jennifer Aniston non ha più i capelli alla moda? Boh, metteteci un'altra squinzia bravina di quelle.

Iniziare a guardare un film con dei preconcetti non è di certo buona pratica, tuttavia sono fermamente convinta che se ho un senso critico, e ce l'ho, sono anche in grado di esercitarlo preventivamente, e infatti Silver Linings Playbook non è altro che la solita pappa rimestata con bonaria pacca sulle spalle alle malattie mentali. Che sì, uno è bipolare, ma basta un balletto, la pillola, lo zucchero, e tutto brillerà di più. MA STI GRANDISSIMI E FRANCESI CAZZI.

Ma la Jennifer Lawrence ha vinto l'Oscar, oh che interpretazione strepitosa (yawn). Appunto, Jenny, cicci, ha vinto il massimo premio che l'industria di Hollywood dà a se stessa. Lei esprime quel recitare di Hollywood, e Hollywood la premia. Il problema è che trovo quel modo hollywoodiano (e standardizzato) di recitare le parti drammatiche abbastanza volgare e terra a terra nell'espressività. Non solo non mi ha mai emozionato e coinvolto, ma mi ha stufato da anni. Per quanto mi riguarda la Lawrence è una novella Renée Zellweger. Stesso gonfiore in volto, stessi occhiettini stretti e vispi, bella topolina, una di quelle che tra un po' (se non l'ha già fatto) ingrasserà venti chili per essere più in parte nel prossimo ruolo. Perché loro ingrassano a comando e le ripercussioni sulla salute non esistono (io ho sempre pensato che fosse un modo per camuffare i disturbi alimentari delle star, ma qui siamo su tesi cospirazioniste che non hanno molto a che vedere con sto filmdemmerda).

Bradley Cooper. Figliolo. Un incrocio tra Ralph Fiennes e Nemo. Che se fosse il panettiere di quartiere avrebbe la fila di signore davanti al negozio, ma è un attore di Hollywood quindi fa il bipolare tanto dolce, tanto innamorato,  GENTE RENDETEVI CONTO... HA CORCATO UNO DI BOTTE SOLO PERCHE' SI SCOPAVA SUA MOGLIE (ci sarà un motivo per cui la gente normale sogna di farlo, mentre i pazzi violenti lo fanno e basta), STAVA IN CASA DI CURA PERCHE' ERA MENO PERICOLOSO CHE IN PRIGIONE, ma come si fa a rappresentare in questo modo così solare e pazzerello un violento? Ai sensi della sceneggiatura è in effetti più credibile che trovi un'instabile al pari di lui che gliela dia all'istante, durante la prima settimana di libera uscita dal manic... casa di cura.
Ah a proposito... chi non sarebbe così amorevole da spingere tra le braccia di un violento la propria sorellina vedova e traumatizzata, che si scoperebbe anche gli idranti in strada?
No ma davvero, andate al cinema, spendete i vostri undici, dodici euro, guardatevi sto film anche in 3D, uscitene pure commossi, toccati nel profondo, passate il tempo come volete (io per esempio lavoro a maglia e siete liberi di commentare come vi pare) MA NON VENITEMI A DIRE CHE QUESTO E' UN BEL FILM. E' la classica truffa sentimentale all'americana con il powerup dell'instabilità mentale, ma con quella moralina finale per cui "anche i pazzi, se si impegnano, possono essere felici".
Fatevi del bene, andate a vedere Fast & Furious 6, che, il mio senso critico suggerisce, sarà meno finto del diarietto del romantico bipolare.

(ah il film è ambientato a Philadelphia e ci sono gli Eagles, salviamolo per questo).

giugno 06, 2013

Magari ti chiamerò

Laggente, davvero, le parole non le sanno misurare. Come quello che mi voleva portare a Parigi. Brussels. Valencia. E che non pensava che io ci ero già stata per i cazzi miei, e che ci si poteva vedere al volo anche a due fermate di metropolitana da casa mia, bastava solo voler fare qualcosa, senza scomodare le capitali della minchia. Come volevasi dimostrare non ci si è visti da nessuna parte. Che varrebbe la pena pensare alle cose che si dicono, prima di cagarle fuori. Magari ci sono delle orecchie che ascoltano.
E quindi, insomma, ciccacicca, cosa fai quando una persona ti dice cose che non esistono. Fai le spallucce, diventi sorda, e pensi a quel che hai in forno, a tutto quel che c'è da fare qui, che oggi c'è il sole, un minimo contenta di aver capito che "no vaffanculo, mi avete rotto tutti il cazzo, indistintamente". Pur con tutto il bene, dududadada.

maggio 20, 2013

Oh yeah... you know... I'm fine.


Lo so, sto per dire una cosa abominevole e me ne pentirò amaramente perché non bisogna tirarsi merda: sto bene.
E circa sto bene da metà ottobre, in crescita esponenziale.
E tenetevi forte perché c'è una grandissima novità: sto così bene perché finalmente non mi sento più mozza.
Sono passati così tanti anni dalla mia ultima storia con una persona (cinque... voi cinque anni fa cosa facevate?) che a guardarmi indietro vedo un bel po' di sofferenza. Cercate di capire, non è una svolta semplice in assoluto, e io in particolare l'ho digerita con molta fatica e troppi cambiamenti poco desiderati.
Se poi mi conoscete di persona o avete seguito Puffetti negli anni, sapete anche che sì, ho sofferto del non avere qualcuno da amare e/o che mi amasse, ma anche che mai avrei messo sul piatto la mia libertà pur di aver un fidanzato che in qualche modo ripristinasse lo status quo perduto all'improvviso.

Son passati questi cinque anni, tra qualche pretendente per il quale non mi è scattato il link e persone che mi sono piaciute tanto, ma che di me non ne hanno voluto sapere. Quindi, a una base già incerta, si sono aggiunte ulteriori complicazioni fastidiose che hanno un po' messo in discussione i miei desideri. Così, mentre mi domandavo stranita "se arrivo da una coppia, perché non riesco a ritornarci?", stavo in realtà facendo un percorso del tutto diverso, parecchio inconsapevole, e che mi ha portata a oggi.

Oggi sono sempre io, ma sto così bene che, per quanto mi riguarda, il meglio che posso augurarmi non è tanto l'amore, ma il resto della mia vita in ottima compagnia di me stessa. Spero che anche voi possiate apprezzare, senza giudicare o domandarvi/mi in modo ridondante e sinceramente fastidioso perché "una ragazza così carina senza un uomo?".



aprile 23, 2013

Ho sognato un film bellissimo

OK, sono già sveglia alle 6e18, ma è perché ho fatto un sogno bellissimo. Vado al cinema a vedere un film ambientato a Hong Kong con la colonna sonora di Kung Fu Cash, con cinesi che lottano invasati sotto l'effetto di sangue geneticamente modificato, pompato da una macchina con dei mantici che stanno per esplodere (scena divertentissima). Poi c'è un bel piano sequenza all'interno del magazzino, e del riso cantonese che si rovescia da solo, con in sottofondo le urla dei cinesi pazzi e la musica di Kung Fu Cash. Seduto accanto a me, che mi porge la mano ma non me la stringe, che si avvicina alla mia bocca ma non la bacia, c'è un maschio geneticamente modificato per farmi incazzare a morte. Gli dico che è una scena bellissima e, trasportata dall'emozione Kung fu, provo a baciare la bocca che 'stostronzo mette a due millimetri dalla mia, ma lui si ritira, dicendo che non è il momento, che non se la sente. A fine film lui, che è il relatore del cineforum, propone di riascoltare tutti assieme le canzoni che mi sono piaciute di più. Tra i testi scorgo un ritornello che fa "red nose Avesani's". Mentre il menestrello suona, lo stronzo mi fa segno di uscire a fumare assieme una sigaretta. Mentre passiamo davanti alla prima fila sento che una persona è preoccupata per me, un'altra non è presente, un'altra che mi dice "rumi.... fatta " (non distinguo le parole, ma faccio segno di no con la testa).  Usciamo fuori, c'è un sole fortissimo, lo scenario è post-nucleare. Un gruppo di amici in fila per lo spettacolo successivo mi chiede com'era il film, io rispondo col mio solito eccessivo entusiasmo, e allora lo stronzo geneticamente modificato dice che sì, non era male, ma che io esagero sempre.  Mi abbraccia, io appoggio la testa sul suo petto, e mentre elaboro il diabolico piano di tirargli una ginocchiata nelle palle mi sveglio prendendo a calci il GATO BUFO che mi sta dormendo addosso.Oh raga, ho preso un altro due di picche, ma il film era bellissimo davvero.

aprile 12, 2013

Quelli che hanno la morosa liquida

Ci sono uomini single che hanno pure il coraggio di venirti a dire che loro sanno "checcossè l'amor". Che lo cercano, lo desiderano tanto. Tu credi alle loro parole perché alla fine sono parole loro, non gliele hai estorte, non li hai portati sul discorso. Anzi, non te ne frega proprio una mazza di cosa vogliono e cercano per sé. Ti racconteranno sempre che soffrono molto per un amore finito o mai nato, te lo presentano come un tesoro del loro cuore, senza rendersi conto che siam tutti sulla stessa barca, visto che una persona adulta media ha avuto delle storie, delle scornate e una vita emotiva un minimo articolata.
Dopo aver ascoltato le loro parole, ti metti ad osservarli a debita distanza, a volo d'uccello, sì d'uccello. E li vedi indaffaratissimi a tenere in ballo attivamente tre o quattro storie. Che le cerchino o meno, le donne arrivano e, senza pensarci due volte, le consumano. Vogliono la libertà di non legarsi con nessuna di loro, perché sono single: non ci vuole molto per capire che nella loro mente avvengono elaborati calcoli per renderizzare della nebbia volumetrica. Vogliono l'amore, sono single, e frequentano quattro ragazze. Roba che la fisica quantistica è meno complessa da intuire.
Sono uomini che non capendo realmente di cosa hanno bisogno, facendosi forza con quello che pensano di non volere, si mettono assieme alla "morosa liquida": da quattro donne che hanno per le mani tiran fuori il tempo e le energie che dedicherebbero a una persona, illudendosi così di essere liberi, disimpegnati, sessualmente attivi, piacenti. Le vezzeggiano con messaggi, visite a domicilio, conforto quando serve e anche compagnia. A tutte racconteranno che vogliono essere liberi, che hanno sofferto molto, che sono contenti di averle vicine, e che per loro sono speciali.
 Invece di avere una vera persona speciale nel loro cuore, hanno trovato questa soluzione di mezzo, la morosa liquida che non sanno nemmeno di avere e li farà regredire allo stadio di protozoi e particelle immerse nel brodo primordiale: grande potenziale, ma esprimibile in improbabili ere geologiche.
Questa non è libertà, è essere stronzi con se stessi e con tutto l'amore che si dice di avere dentro.

[ai sensi delle norme sulle pari opportunità, il post è valido ambosessi, e può anche essere letto in chiave "moroso liquido", ma sinceramente io quattro uomini al colpo non li reggerei neanche come volontariato deducibile dalle tasse]

febbraio 26, 2013

La trilogia di Darth Maki


Ma non ho mai fatto le presentazioni ufficiali qui sul blog? Lui è Maki, detto Gato Bufo o Darth Maki. Tra poco compie un anno, arriva da Modica, in provincia di Ragusa. Sono la sua umana da luglio dell'anno scorso.

febbraio 25, 2013

Il mondo lo devono sapere [1]

Lupi solitari di tutto il mondo, unitevi. Non c'è nulla da vergognarsi nell'aver qualche tic nervoso perché non si scopa da mesi o si passano brutti quarti d'ora perché si avrebbe voglia di limonare ma l'unica alternativa è riempirsi lo stomaco di cibo. Non abbiamo nulla da dimostrare né da giustificare a chi ci guarda come se fossimo dei poveri cristi con "sicuramente qualcosa che non va". Avere una vita affettiva completa è privilegio di pochi, soddisfacente ancora meno. Ci chiamiamo "gli anaffettati" e siamo dovunque.

[sigla di apertura di Quark]

Quando non si bacia per lungo tempo le labbra tornano delicatissime. Così delicate che, la prima volta che ti ricapita di baciare qualcuno, anche se ben rasato, ti brucia tutto il contorno. Cosa che magari ai masochisti potrebbe anche portare a un certo qual brivido di piacere. Alle persone come me porta invece solo un po' di dispiacere.

[sigla di chiusura di Quark]

febbraio 14, 2013

Fortuna che la neve si è sciolta, non come l'anno scorso...

Quello che voi non capite, stronzetti accoppiati che la fate semplice, è che San Valentino è un'occasione in più per tenervi strette le persone che amate. E baciarle, e abbracciarle, e mangiarvele con gli occhi, con la bocca un giorno ancor di più. Perché un giorno potrebbero non esserci mai più. Oppure, più semplicemente, non esserci mai state.

gennaio 20, 2013

Elojango


[non è che ci sono spoiler sul film, sono spoiler sull'essenziale, tipo che si muore]

Vado al cine a vedere il film di Tarantino e tutto comincia più o meno con uno che spara in testa a un cavallo. Poi mi domando quel film lì chissà com'è in lingua originale.
E dire che mi sono appena calmata dall'incazzatura presa nel parcheggio, dove i furbini imboccano in contromano gli accessi sperando di far prima del resto del mondo e invece causano un ingorgo. Odio.Questi.Imbecilli.Del.Sabato.Sera.
Poi però passa tutto perché vorrei essere lì con questi due pazzi scatenati, non limitarmi ad ascoltare le loro adorabili chiacchiere in una sala piena di stronzi che all'intervallo si alzano per prendere i pop-corn e svuotare la vescica. Vorrei esser lì con loro e chiedere a Schultz "Senti ma perché sei venuto in America? E perché proprio in Texas?" e a Django "Ma com'è stata la cerimonia del tuo matrimonio?". Avrei voluto vedere il sarto che gli prendeva le misure per il vestito turchese, me lo immagino abbastanza disgustato ma ammansito da un malloppetto di dollari. Birra. Avrei voluto essere in quel saloon a bere la birra spillata dal dottore (Tarantino, solo tu sai fottertene di tutto pur di fare spettacolo, ti amo). Chissà invece com'era quella in bottiglia al Cleopatra Club. Volevo esser là, in quella Tara insanguinata, a tirare un calcio al bastone di Stephen, azzopparlo anche io. E magari permettermi di dire rivolta in camera "Quello di Per Elisa è un anacronismo, ma Johnny Cash ci sta bene come un bigné alla crema, sì".
Quel che ha fatto Tarantino negli ultimi vent'anni è stato portare il Far West in altri generi e in ambientazioni che non centravano nulla. Ora che finalmente ha fatto un film western, si è sublimato a genere, ed entra ufficialmente nell'empireo degli uomini con cui andrei volentieri al supermercato a fare la spesa.
Oh Quentin, sono italiana! Cagami!
 

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