ottobre 19, 2012

Autoregalo di compleanno

Chiamarlo Manny forse è scontato
Trovo comunque delizioso il naso, a cuore


ottobre 16, 2012

475 euro d'amore

Costa 475 euro


Grazie.

(Lolò, questo va bene?)

ottobre 14, 2012

Sul perché a settembre ho dormito male e volevo essere felice


A fine agosto un uomo (per la precisione il signore che settimanalmente viene a consegnarmi frutta e verdura alla porta di casa) ha deciso di venire a fare un infarto a casa mia. In pratica, quando mi ha suonato il campanello con la cassetta in mano, era lì lì per star male, mi ha chiesto di ospitarlo un attimo, io l'ho fatto entrare, gli ho dato dell'acqua e zucchero (pensavo a un calo glicemico) e nel giro di cinque minuti era sul mio divano che sussultava, viola in faccia, senza sensi, con gli occhi fissi e il corpo esanime. Ho chiamato il 118 e se lo sono portato via dopo aver trasformato il mio salotto in una Emergency Room. Il signore, cinquant'anni, ora sta bene, ha uno sten nell'arteria che porta al cuore.
Il problema è che nonostante tutti mi dicano che sono stata brava, che ho avuto sangue freddo a non andar nel panico, che probabilmente gli ho salvato la vita perché, se non lo soccorrevo, lui sarebbe stato male sul furgone e si sarebbe schiantato, che sono una bella persona perché potevo dirgli "muori sul mio pianerottolo, non faccio entrare estranei in casa".... oh, nonostante dicano che sono stata eccezionale, io a settembre non ero molto allegra né particolarmente pronta a ricevere il premio Crocerossina del mese. Conto almeno tre notti in cui ho fatto incubi in salsa infartata (non li sto neanche a descrivere, non cose belle) con conseguente notte in bianco e pensieri cupi per la testa.

I pensieri cupi, i più semplici del mondo, nascono dalla paura che da un giorno all'altro potremmo non esserci più. Io. Le persone a me care. Chiunque. Basta un attimo e sei più morto che vivo sul divano di una perfetta
sconosciuta. A cinquant'anni. Tipo tra dodici anni, io. Tra quattordici tu. tra nove tu. Tra quattro tu.

Cosa mi tiene viva? mi domando. A parte la lucidità mentale di non essermi mai messa un cappio al collo ed aver fatto un saltino nei momenti più disperati? A me tiene viva il desiderio di una vita serena, quella che al momento non ho, che ho avuto e da cui ho attinto come un'idrovora. Mi tiene viva il bene che provo quando sono con le persone a me più care. Quelle che non chiedono nulla, che danno per scontato che merito il loro affetto, che godono del mio, che sono felici per me, con me o a causa mia. Mi tiene viva il provare dei sentimenti e lasciarmici trasportare con disgraziata spontaneità, mi piace questa vitalità che supera, senza incontrare filtri e barriere, le rotturissime di coglioni che purtroppo ogni giorno mi si piazzano davanti al naso.
E parliamo di frasi fatte, quelle che ho sempre odiato, le più scontate, da "carpe diem quam minimum credula
postero" a "chi vuol esser lieto sia, del doman non v'è certezza". Io davvero non capisco perché si viva male, ci si creda invincibili, a prova di sentimenti, arroccati su posizioni improbabili, costruzioni mentali che impediscono dei rapporti sereni e gioiosi, ma forse vedo tutto troppo influenzato dalle mie esperienze personali. Non è possibile che le persone, nei rapporti interpersonali, mirino a star bene con se stesse e, solo in un eventuale secondo tempo, tra di loro. Dovrebbe essere il contrario: miro a star bene con te perché così anche io ne traggo beneficio. Non: intanto vedo di star bene io, poi tu, cazzi tuoi, vieni in un secondo tempo. Le relazioni interpersonali servono per arricchirsi, non per consolidare se stessi.

Io ho bisogno degli altri per giustificare quella parte della mia esistenza che va oltre il risveglio, il bucato, il mandare avanti la casa, lavorare per mangiare, assopirmi, fare sogni belli che atterriscono i protagonisti, risvegliarmi... E vorrei che fosse un'esistenza piacevole, sorridente,  fiduciosa.

Così avrei anche meno paura di morire da sola, sul divano di uno sconosciuto che mi guarda atterrito mentre chiama il 118.



ottobre 12, 2012

Una spiegazione logica su basi instabili del perché rimarrò zitella per sempre


Dicono che, dopo una certa età, quando una persona si abitua a star da sola e a essere indipendente, difficilmente abbia voglia di legarsi a qualcun altro. Sulla mia pelle questo assunto è sostanzialmente errato perché l'indipendenza è un principio talmente scontato della mia esistenza da ben prima che rimanessi sola, che non ho bisogno dell'assenza o della presenza di altre persone per negarlo o affermarlo.
Se metterti assieme a qualcuno per te significa perdere l'indipendenza, vuol dire che sei un servo della gleba planetaria e che un giorno di sicuro la perderai, perché avrai deciso che sarà arrivato il momento giusto per perderla. E quindi più che un valore è una bandiera da sventolare, come la kefiah al concerto ska quando hai 15 anni.

Le uniche persone che potrebbero volersi mettere assieme a qualcun altro senza fuggire smozzicando la Marsigliese, sono quelle già legate. Questo perché, qualsiasi sia il motivo che ti tiene assieme a qualcuno, non è semplice anche solo fisicamente se non emotivamente, affrontare il passaggio drammatico dello "star assieme a" al "non star con nessuno".
Porto rispetto a chi, dopo una storia, accetta di rimaner solo per far quattro chiacchiere con se stesso. Porto rispetto, ma sorrido bonariamente, a chi non conosce solitudine e salta di liana in liana, come se l'amore fosse un fluire unico da una persona all'altra.

In questo brodo primordiale di gente che scambia per sentimento la confusione, indipendenza il vagare senza uno scopo, "relazione" lo stare assieme (è la stessa parola che si usa per i temini da compilare scopiazzando dai libri), una donna zitella di 38 anni ha solo una via per sperare di trovare una persona con cui amarsi placidamente: quella che passa per il frutteto, alla caccia di alberi da scuotere per vedere se casca qualche frutto ben maturo. Detto in altre parole: può aver voglia di aver una relazione solo chi già ce l'ha, non di sicuro chi la sfugge.

Rimarrò quindi zitella perché, qui lo dico rosa su bianco, nella vita non sono mai andata a brucare nei giardini altrui e me ne guardo bene. Se non altro perché ho sufficiente amor proprio per non litigarmi un uomo con un'altra donna, fosse anche il più speciale e unico sulla faccia della Terra. Inoltre avrei ben di meglio da fare (leggesi: sono troppo piena di me, anche a costo di star tutto il giorno a letto a fissare il soffitto), piuttosto di cercare di convincere una persona a star con me a tutti i costi perché, oddio che paura le emozioni, UDITE UDITE, c piaciamo e ci vogliamo bene.

Tendenzialmente gradirei piacere a una persona serena, presente a se stessa e alle proprie emozioni tanto quanto me. E lasciare che le cose, per una buona volta, andassero come devono andare. Poi gradirei un'abbondante teglia di melanzane alla parmigiana. E fare l'amore, anche.

Ecco perché rimarrò zitella per sempre.

settembre 24, 2012

Bilancia, A/W 2013

(questa penso di averla già postata qui, ma chissene)

Nella notte tra venerdì e sabato (tecnicamente mi avevano insegnato che si dice "sabato notte", ma prova tu a dare un appuntamento il sabato notte e vedrai cosa succede)... ecco ho iniziato il post con un lungo inciso tra parentesi.

Dicevo

NELLA NOTTE TRA VENERDI' E SABATO, PORCO CAZZO, MI SONO SVEGLIATA ALLE DUE E MEZZA tutta sudata, ma fuori dalle coperte c'era freddo, quindi non potevo scoprirmi. Mi sono ribaltata nel letto straniero (lenzuola profumate di aria umida) fino alle sei e sono finita a raccontare in chat a un amico dove mi trovavo, cosa stavo facendo e come mi sentivo.
L'amico mi ha scritto una cosa carinissima a cui voglio credere come all'oroscopo di Paolo Fox: ossia non ci credo ma è bello sognarci sopra per qualche secondo prima di ribaltarmi nella realtà. Che alla fine solo a essere impazienti è amara e intollerabile. Ma cogliendone gli aspetti positivi non è poi così una merda.
Certo, è più facile che qualcuno veda un futuro radioso per te.




settembre 09, 2012

Hard to be a girl on sunday afternoon



Hai presente quelle domeniche pomeriggio in cui sai che se uscirai combinerai CASINI, e quindi è meglio se resti a CASA, e allora, invece di LAVORARE, ti metti a guardare le SERIE TV per placare l'IRREQUIETEZZA, e poi invece ti rendo conto che hai proprio scelto la serie sbagliata e finisci con addosso l'ORMONELLA GALOPPANTE?
Ma porca puttana, Friday Night Lights non doveva essere solo FOOTBALL, per di più delle SCUOLE SUPERIORI?

settembre 06, 2012

In poche parole, gli ultimi quattro anni e mezzo della mia vita


Mi volto perché ho voglia di baciare ma non c'è.
Mi sveglio e ho voglia di scopare ma non c'è.
Ho amore e voglio abbracciare ma non c'è.
Ho voglia di ridere ma non c'è.

Chi?
Ah boh, non saprei proprio chi.

Non è che mi sento sola, è che a volte mi sento inutile.

(no, vabbé ogni tanto bacio, abbraccio, rido, scopo anche oh, solo che a tratti mi sento come Indiana Jones dentro al Tempio Maledetto, mi aggiro per i cunicoli e assisto a scene di thug che strappano cuori, rischiando io stessa il mio). Paurissima.

Mi manchi, chiunque tu sia.



agosto 21, 2012

Incroci in stazione


Il caldo è così pressante che, quando scendo dalla macchina per aprire il cancello, sento la gonna sollevarsi per il calore.
Arrivo prima in Centrale, ti prendo dell'acqua, magari hai sete come me.
Alle mie spalle c'è il trailer di Batman proiettato per dieci metri.

Vedo una persona, è strano che sia proprio lei, ma da tempo ho smesso di farmi domande sulle coincidenze. Sono segni che mi vengono seminati davanti agli occhi, sta a me coglierli. Mi appare davanti con la sua faccia mezza imbambolata, e mentre per una frazione di secondo sorrido tra me e me, ti avvisto mentre ti togli le cuffie.

Non c'è nulla da chiudere, non si è aperto nulla.
Era così prima, è così adesso.

Nessuno ha mai le parole per spiegare, le parole non servono a molto. E' per questo che sono stati inventati i bacini dolci e le carezze da scambiarsi in stazione.

agosto 19, 2012

WARNING!!!

[malcontenta di moltissime cose, avevo già scritto ma poi cancellato questo post. Ora torna con questa intro e qualche modifica. E' chiaro che il 2012 non è un anno proficuo né per il blog né per il mio povero cuore che, a forza di botte, sta perdendo colpi. E siccome il contorno non è dei più piacevoli né è roseo, non è proprio semplice gestire tutta questa vita da sola, mantenendo sempre il sorriso sulle labbra e la sicumera di chi è convinto che domani andrà meglio. Domani non andrà fottutamente bene nulla]

Ciao. Sei un ragazzo carino? Sei sensibile? Hai una triste storia d'amore alle spalle e scopi con laqualunque perché non ritrovi più te stesso, e per questo soffri tanto? Mi hai conosciuta e pensi che io sia davvero carina, simpatica, una botta pure me la daresti e, chissà per quale disgraziato moto interiore, senti di volermi tanto, ma davvero tantotantotanto bene?
 Ottimo, grazie per la preferenza accordata.
 Tuttavia girami alla larga, non c'è trippa. Qui ci sono solo i gatti.

 Vedi, cerca di capire: anche io sono carina, sensibile, ho una triste storia d'amore alle spalle, ma cerco di non rompere i coglioni alle persone. Ho una vita, un equilibrio da mantenere a costo di rimanere sola. Io sul tuo ottovolante non ci salirò. Ho sorriso tanto, ho abbozzato ancor di più, ho scusato troppo, ho dato possibilità andate sprecate. Ci ho messo del buono e del mio.
Ora basta: rischio di dare solo calci nelle costole al prossimo malcapitato con cui magari in altri momenti mi sarei anche intrattenuta volentieri. Perché sono tanto stanca, e non è giusto, né per me né per te.

Per favore, se pensi di essere il prossimo pazzo maschio mestruato di turno, evitami di essere violenta. Sono sicura che troverai la ragazzina tonica in grado di soddisfare le tue foie senza il bisogno di passare per il mio ormai stanco, flaccido e inutile corpo.

A che cazzo ti servo, io del resto?

 grazie. Elena

luglio 09, 2012

Lì, ai bordi del ka-boom


Arrivo all'età che ho non tanto con il cruccio che la sera la mia pelle sia stanca e che la mattina il segno delle pieghe del cuscino faccia fatica a scomparire dalla faccia. Che il mio scollo sia un po' rugoso o che io abbia dei capelli bianchi. No. 
E' che all'età che ho, difficilmente saltano i freni. E quindi anche se d'istinto vorrei solo gettarmi lì nel ka-boom, il centro del cratere dove è esplosa la bomba, luogo fisico che posizionerei geograficamente e senza esitazioni all'intersezione tra le duetue sode braccia maschie e il mio corpicciuolo, io ormai ho il pilota automatico e freno il trenino lì, ai bordi del ka-boom.
E' come quando vai a visitare il Grand Canyon. C'è un paesaggio maestoso, l'aria è calda e secca, il sole brucia. Lo hai già visto centomila volte nei film e nei documentari, tu lo sai cosa comecosacazzo è il Grand Canyon, e poi quando arrivi lì pensi "Sono al Grand Canyon, fico". Però ti senti strano, perché ormai questo belvedere l'hai già visto da tutte le inquadrature possibili e ti hanno rubato lo stupore.
Qui le opzioni sono due: o giri i tacchi e te ne vai, e tornerai a casa dicendo con sufficienza "Il Grand Canyon è come nei film, e poi fa caldo, una faticaccia arrivarci". Oppure ti siedi lì, e aspetti il momento (perché prima o poi il momento arriva, se porti pazienza e non ti fai pigliare dalla foga del turista, dalla fretta di dover andare a visitare un altro luogo indimenticabile su cui sputare il tuo giudizio affrettato) in cui ti devi per forza rendere conto che quello è il-cazzo-di-vero-Grand-Canyon, un prodigio, e tu non lo stai guardando da lontano, dallo schermo, dal monitor, da dietro la fotocamera. Ci sei dentro.
Quindi, ora che son qui, mi fermo un attimo di più: ché non capita tutti i giorni, a queste latitudini, di esserci anche solo ai bordi, di questo ka-boom.
Godi di questa partecipazione, PER DIO.

luglio 07, 2012

Comoda


Volevo ricordare ai lettori di questo blog abbandonato che esiste un tag chiamato culo_di_marmo dettato dal fatto che a settembre ho deciso che avrei lavorato per avere un culo di marmo.
A fine giugno il corso di pedalò in piscina è terminato.
Non lo so se Mister Culo sia diventato di marmo, però sono stata brava e sono andata a praticamente tutte le lezioni di pedalò. Tranne che all'ultima. Dicono.


Il Rui Blas

Nella casa al lago c'era una libreria, non una di quelle librerie enormi con i libri di tutta una vita, ma la libreria di una persona che aveva viaggiato molto e aveva vissuto in tante case. In quella bassa libreria di ciliegio massello erano rimasti pochi libri, probabilmente un centinaio, a pensarci probabilmente erano i più cari e i più recenti. C'era anche un Rui Blas in francese, con dedica.
alla mia Paola
mamma
192x
Non ricordo neanche se la dedica fosse in francese. Era un libro al massimo degli anni Venti, regalato a una ragazzina di meno di vent'anni. E a me il Rui Blas non piaceva particolarmente, l'avevo studiato e no, non ti può piacere un testo che hai studiato a scuola, al massimo puoi studiare con entusiasmo un libro che hai già letto, così in classe fai la saputa (mi piace la parola "saputa" volevo usarla), l'entusiasta e poi lo porti all'esame di maturità, come il Rosso e il Nero, per esempio (juliensorel, la mia prima password per la posta elettronica).
Ero affascinata da quel libro, era una suggestione forte, per me, pensare a una madre che aveva regalato a sua figlia il Rui Blas negli anni Venti, e che negli anni Novanta il libro fosse ancora lì, solo un po' ingiallito e odoroso di polvere, con la dedica, mentre le persone erano morte tutte. Non volevo neanche portarmelo via, perché il libro apparteneva a quella libreria in ciliegio, in quel corridoio, in quella casa, in quel giardino, in cima a quella salita, ai bordi del Lago di Garda.
Poi sono arrivate le ruspe.

"Ma i libri?"
"Buttati via tutti".

E del Rui Blas non gliel'ho detto, anche se la domanda era "E il Rui Blas?". Che neanche l'avrebbe capito, se gli avessi chiesto del Rui Blas.

"E la cucina turchese?"
"Buttata via, era vecchia".

Come era bella quella cucina. L'avrei voluta io per la mia casa, a vent'anni sognavo una cucina come quella. Buttata via. Senza chiedere.

E quindi niente, il Rui Blas non c'è più.
Non c'è neanche più la cucina.
Non c'è più il nascondiglio del partigiano.
L'ulivo che entra nel terrazzo.
Non ci sono più neanche il fantasma.
L'acero.
Le rose.
Il pozzo.

E non sono state le ruspe a devastare i ricordi. Non sono mai le  ruspe.

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giugno 10, 2012

La domenica che non è

Vieni qui, cucina qualcosa per me, abbracciami, rincalzami le coperte, aggiustami il decoder, dimmi che tutto andrà bene, che non devo aver paura, stendimi i panni, portami del gelato, telefonami, fammi uno scherzo, raddrizzami la pianta, prendimi la penna finita sotto il frigorifero, mettimi in ordine i cavi dietro la televisione, portami al mare, facciamo la coda in autostrada, prendimi un libro, leggimelo a voce alta, raccontami una storia, dimmi che ti piace il mio reggiseno, portami fuori, sdraiami sul prato, fammi delle foto, chi si fa gli autoscatti è spesso solo, gonfiami le ruote della bicicletta, corri, portami a prendere un gelato, fammi i complimenti, abbracciaci tutte e due, dimmi cosa ne pensi, parla tanto, chiedimi, dimmi, fammi arrabbiare, costringimi a vedere la partita, fammi trascorrere una domenica normale.

aprile 30, 2012

Poiché qualcosa non va...

Non va, non va.
Il blog è chiuso finché non mi ritrovo una vita normale. Altrimenti finisce che pubblico solo sfoghi (e che due coglioni anche solo a leggermi da sola).
Saluti a tutti.

marzo 27, 2012

Esistono altre forme di vita

Carissimi. Nell'ultimo mese la situazione è sostanzialmente precipitata, al punto che sono rimasta senza parole da scrivere.
Non ho molto da raccontare, sto bene, ma sto vivendo un periodo di transizione abbastanza complesso da cui, sono sicura, uscirò più splendente che mai.
Intanto un grazie "ufficiale" a chi c'è e a tutte le persone che mi son vicine e mi vogliono bene. La parola non è usata a caso, visto che, cosa che non accadeva penso dal 1983, ho persino detto (anzi, scritto) a una persona che le volevo bene (a quale titolo preferirei mantenerlo personale, ma è una cosa tutto sommato innocente).
Anche questa persona mi ha detto (anzi, scritto) che me ne vuole.

Trovo tutto ciò grazioso, anche perché il dietro le quinte è che ho detto (anzi, scritto) a una persona che le voglio bene mentre ero seduta sul water.
Ringraziamo la tecnologia, quindi, che ci permette di comunicare dai luoghi più privati, nei momenti più privati, i sentimenti più privati. *No pun intended*, ovviamente.

febbraio 19, 2012

Suzie Q lapidaria sul Festivàl

Mbé certo guardo Sanremo, tratratra, lo guardo quasi sempre, zuzuzu, poi è bello commentarlo on-line in compagnia, pereperepere. Poi non sono sola, accanto a me c'è la gatta, creatura di gusto sopraffino. Dalla vostra inviata dalla cuccia riscaldata, la critica d'assalto, la #occupytermosifòn per eccellenza.


PRIMA SERATA

Sguardo d'odio catturato durante l'incomprensibile sproloquio di Celentano

SECONDA SERATA

Visibile imbarazzo per le esibizioni dei Soliti Idioti

TERZA SERATA

Distoglie lo sguardo per pietà felina durante le inquietanti risate di Ivanka

QUARTA SERATA

Gira le terga dopo un'ora di Festival

QUINTA SERATA

Si rifiuta di guardare e ascoltare Celentano

Bella Geppi, brava


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febbraio 12, 2012

Una zuppa da scaldare

Siccome è da tre settimane che radio, tele, mailing list e spam mi sfracellano i coglioni con 'sta (ricorrente) zuppa del San Valentino, ho fatto in tempo anche a ricostruirli e a sviluppare una certa qual bonaria tolleranza nei confronti della festa degli innamorati. Perché, appunto, è la festa degli innamorati, non quella delle coppiette che si sbaciucchiano. Io non sono in nessuna coppietta, però... però indulgo all'ammore, tendenzialmente incompiuto. [questo è il momento in cui agito il piede sulla neve con movimenti circolari, faccio lo sguardo indifferente, metto le mani dietro la schiena e inizio a fischiettare].

E quindi Buon San Valentino a me e a quel povero sentimento che è l'amor mio. L'ho ritrovato, sai? Povero, sfacciato, impacciato, confuso e anche un po' incazzato.
Ora mi tocca coccolarlo in solitudine, fargli le carezzine e riempirmici il respiro, rassicurandolo che prima o poi arriverà il momento in cui te lo lancerò in faccia come una palla di neve farinosa.

Tu intanto scappa: è l'amor mio che conta.

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febbraio 07, 2012

La gamification del flirt

Siccome a qualcuno, nella vita, capita di vivere i problemi dell'adolescenza nell'età sbagliata (quella adulta), ecco una soluzione divertente per gestire il problema diffuso del "LO CHIAMO O NON LO CHIAMO?". Il problema è di natura a me aliena, ma abbastanza frequente tra le persone che hanno una vita e dei rapporti con l'altro sesso, DICHENO.

Dai, tanto la conosciamo tutte la risposta a questo drammaticissimo quesito: NON. DEVI. CHIAMARLO.

Non lo devi chiamare perché se gli interessi prima o poi ti chiama lui (ed è sempre "poi", non "prima").
Non lo devi chiamare perché se gli interessi, ma nel frattempo viene distratto da un'altra, non ti chiama.
Non lo devi chiamare perché, oh vaffanculo eh, sempre tu devi chiamare? E smettila!

Però, c'è sempre un però, il buon senso è messo a dura prova da chattine, messaggelli, poketti, twittamenti, likazzi, whatsappuzzi e viberini. Con tutte 'ste opportunità di contatto, è troppo difficile sparire facendo pesare una (assai ipotetica) assenza.

Il sistema migliore è distrarsi, trasformando l'adolescenziale e inutile dilemma in giuoco. Gamificando il flirt.

Il gioco si fa in due. Oltre a voi (Player 1) serve il Player 2: un'amica compiacente, paziente e al corrente dei fatti.

Quotidianamente la Sventurata Flirtosa (Player 1) notifica via SMS all'amica il computo dei giorni di communication breakdown: "Ciao amica, sono Sventurata F., non lo contatto da due giorni", sarà il tenore dei messaggi. Nulla di diverso dagli alcolisti anonimi. Anzi, se ci mettete un po' di orgoglio, oltre al capello spettinato, sarete più credibili.

L'amica, ricevuto il messaggio, provvede a rispondere con un applauso, parole di incoraggiamento a piacimento e - qui arriva la gamification, l'achievement, il trofeo meritato dopo tanto sacrifizio - un premio da computare in medagliette, cazzetti, caramelline, cioccolatini, fate voi (la Flirt Gamification Society che qui immantinente fondo non offre al momento un preciso kit di gioco).

Con conteggio crescente potete computare stelline speciali da sbloccare al decimo giorno, fino a pianificare coppe nel caso venissero sbloccati achievement di un certo livello (per esempio attendere qualche giorno per rispondere a eventuali contatti, negarsi per un appuntamento millantando impegni che non esistono e così via, insomma le solite puttanate che ci si mette in testa a seconda dei picchi ormonali per convincerci che a lui proprio non la do, non la do non la do, ma sì gliela do).

Il ruolo dell'amica è fondamentale nel crysis management, ossia quando Sventurata è in SMC - Sindrome da Messaggetto Compusivo (bruciassero tutti i messaggetti, TUTTI. "Salva la tua vita, non mandare i messaggetti"). Player 1, in questi casi, non deve giocare sporco né barare. Difficilmente lo farà, perché Player 2 è anche un'amica consigliera al corrente dei fatti, dotata magari di un minimo di buonsenso. Sarà quindi inevitabile la richiesta di consiglio "CHEFFACCIO GLI SCRIVO? CHE SCRIVO? COSA SCRIVO?".
La gamification prevede la minaccia di penalità, dalla sottrazione del punteggio accumulato, fino all'obbligo di ricominciare il conteggio con dei punti negativi (qui si configura un achievement in negativo, lo chiameremo "Atalanta").
Sulle situazioni delicate di possibile sblocco si possono ammettere contrattazioni del tenore "Rinuncio a otto stelline se mi autorizzi a ricontattarlo per [generica scusa di ricognizione per rientrare in contatto con persona sfuggita da radar]". Sai mai. Che. Praticare però solo se riparate da punteggi alti.

Non vi assicuro che funzioni (in realtà sarebbe meglio non funzionasse e che la gente si frequentasse senza 'ste menate), però è divertente, è come contare i giorni del ciclo, anzi quasi quasi ci faccio pure un'app.

Poi chiaramente, se va tutto bene col tipo, ci facciamo tutte assieme un barbecue a base di carne di maiale, da brave Giovani Marmotte.

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Olisticose

Ho sempre vissuto in case stipate di oggetti, dominate dalla quantità di libri, cassette, film, fumetti, ninnoli e giocoli. E lo sottolineo con una frase che mi sta parecchio antipatica quando la leggo altrove: chi mi conosce bene sa cosa intendo.
Le cose che possiedi, man mano che si accumulano, iniziano a possedere te, cominci a rispecchiartici, a vederle come tua emanazione, diventano la via più facile per ricordarti chi sei.

Nell'anno in cui tutti i miei effetti personali sono stati rinchiusi in una ventina abbondante di scatoloni, ho patito le pene dell'inferno perché "non avevo le mie cose", non avevo più la stampella dell'oggetto, del ricordo, del promemoria, del contenitore morbido e sicuro, del mio contenuto di cui vado fiera.
Credo di non aver mai provato così tanto affanno nel vivere la lontananza dalle mie cose. Continuavo a ripetere che mi mancavano le mie cose, mi domandavo come potessi vivere senza le mie cosecose, le mie cosecosecose poverine chiuse là, dentro le scatole, le mie cosecosecosecose, senza di loro chi sono io?

Poi, arrivato il trasloco nella casa e sistemati i mobili, ho riaperto gli scatoloni e le cosecosissime tanto rimpiante mi erano estranee. Ho avuto una crisi di rigetto inaudita che ancora oggi mi stupisce, ma che ho salutato come una liberazione. Quegli oggetti erano ancora miei ma non mi possedevano più.

Ho tradito le mie bambole. Le amavo, le fotografavo, le coccolavo con lo sguardo, le portavo in giro a mostre, le vestivo, mi crucciavo di non dedicare loro tutto il tempo che volevo. Ora stanno lì in corridoio e le vedo solo se proprio voglio guardarle, ma sono discrete e non si fanno notare.
Ho tradito i miei libri. Gran parte di quelli letti sta in cantina accanto a quelli da leggere ma che so che non mi tenteranno a stretto giro di tempo.
Ho tradito i miei videogiochi. Non li gioco, pussa via, tutti sopra l'armadio, dentro una scatola.
Ho tradito i miei fumetti, anche se la gran parte è a Verona e un'altra parte non è mai stata mia.
Ho tradito la mia collezione di stoffe, anche se forse è quella che più spesso mi spinge a prendere la scala, arrampicarmi sopra gli scaffali per accarezzarle e sognare.
Ho tradito i CD e i film, li ho infilati nei ripiani bassi dove non si vedono. Tra l'altro questa categoria di articoli non la compro neanche più, guardo quel che passa la TV e al massimo scarico qualche serie.

Mi sono liberata dell'idea che una persona entri in casa mia, passi in rassegna con lo sguardo le mie cose e si faccia un'idea di chi sono, della mia storia, dei miei gusti, delle mie tendenze. Non voglio che mi si qualifichi per ciò che ho accumulato fuori, ma per quel che mi è rimasto dentro. Distorto, vissuto, dimenticato, frammentario, ma almeno dentro.

E' stato faticoso, soprattutto per una tipetta smemorata e poco concentrata come me, perché vivere nelle cose, esserci in mezzo, averle attorno, mi offre comunque la possibilità di ricordarle, sono tante lamelle che quotidianamente si sovrappongono sugli scaffali della memoria. E' colpa, è merito della quantità, della sensazione di sopraffazione e riempimento che danno le tantecose. Se le cose non le vedi, fai fatica a quantificarle, e se non le vedi a volte pensi che non ti siano neanche passate sotto il naso. E invece no, ci sono lo stesso.

Ora mi capita spesso di non ricordare se ho letto o meno un fumetto. Non ricordo più le serie delle bambole, non ricordo autori, registi, attori, finali di film, canzoni, album, nomi, i nomi, che casino i nomi.
Non riesco a riempirmi la bocca di numeri, citazioni, ma davanti ai miei occhi è passata tantarobba, ma tantadiquellarobba che non vedrete mai esposta in casa mia e che non ha senso rovesciare addosso a chiunque bazzichi nei miei dintorni.
Però succede anche che quando le cose mi servono davvero per ricostruire un ricordo, una conversazione, non ho bisogno di andarle a prendere dagli scaffali di un museo pagato a caro prezzo. Quando sanno che è ora di farsi notare, loro ritornano, riemergono da un non so dove della mia zuccabalucca, arrivano da sole sulle loro gambe, per servirmi e riverirmi, "Elena, siamo qui, hai bisogno di noi?".

Tutto questo mi è tornato alla mente perché trovo impagabile la liberazione che provo nel tenere solo due, tre libri da leggere dentro al Kindle. Like a virgin.


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gennaio 31, 2012

La vedi quella luce?

Quando nevica ho voglia di camminare sulla neve.
Stasera aspettavo smettesse di nevicare per uscire e camminare nei prati davanti a casa. Poi non ha smesso e sono uscita lo stesso, ché tanto non mi ammalo mai, e non sarà certo del ghiaccio sulle spalle imbottite e sul cappuccio a farmi del male.
Ora che sono tornata a casa mi sento bollire, perché dopo il freddofreddo c'è il caldocaldo, e sento anche il sangue pulsare nelle gambe e sulle guance, sul dorso della mani e sulla punta del naso.

La vedi quella luce piccolina? E' quella di casa mia. Quando sono in casa, crepi il risparmio energetico, sto sempre con la luce accesa in due stanze, perché una sola, dove serve, è troppo poco. E voglio tanta luce, ecco perché non amo le lampadine a fluorescenza.


Le vedi quelle orme? Sono quelle di una persona convinta di camminare dritto, e guarda poi che sghiribizzi ti combina senza rendersene conto. E poi se ne compiace pure fotografandoli.

Lo vedi quel giardino? Una volta c'era solo il fango e ci veniva a giocare a calcio il mondo.

E guarda lì, di solito ho tanta paura a stare sopra la grata, ho le vertigini. Ma c'è la neve, e tutto sembra più soffice.

E' così dolce e devastante tutto, pare perfetto, e invece cammino storta, la grata cede, la lampadina si fulmina, sotto la neve c'è il fango, e se alzo i tergicristalli della mia macchina uno mi rimane in mano. Quindi non capisco perché dovrebbe avere un senso dirti che ti amo protetta da una montagna di neve.

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