luglio 08, 2008

La fila inizia dai Sigur Ros

C'è un sacco di gente, la sera del 5 luglio al Werchter Rock Festival... alla fine saremo circa ottantamila persone o forse qualcosa di più, e siamo in tanti a essere accalcati tra il primo e il secondo settore sotto il palco. Ci ammassiamo davanti ai Sigur Ros per i Radiohead. Io mi accodo, ma con poche speranze. Anzi, mi domando "Chi me lo fa fare?", perché lottare per una buona posizione quando questo [dei Radiohead] non è il concerto che aspetto. Ho già avuto quel che volevo nei giorni scorsi, e domani ne avrò ancora. Però è bello essere lì, abbastanza avanti, perché nelle retrovie ci sono casino e fango. E c'è una calca strana, diversa, mai vista così tanta gente stipata in poco spazio: in pratica vedo i Sigur Ros schiacciata tra lo zaino di Syb e una coppia che si sbaciucchia. Ogni tanto contemplo il ragazzo al dolly, cerco di scattargli qualche foto e il tempo trascorre abbastanza rapido, anche se i Sigur mi deludono un po': meglio ascoltarli in cuffia e addormentarmi a metà della prima traccia di Takk, anche perché l'esecuzione dal vivo non si discosta da quella del CD. Purtroppo, dal vivo, il pisolino non si riesce a fare, mentre Syb riesce a leggere per un po'.

Poi i folli elfetti islandesi lasciano la scena, e le correnti del pubblico si scontrano: chi è ben piazzato mantiene la posizione, chi vuole avanzare ha seri problemi. Mi faccio strada a forza, tra belgi che trasportano con indifferenza quattro birre per mano, nell'inferno del centimetro quadro che non esiste. Mi stabilisco a tre metri abbondanti di distanza da Syb e Roberto, una trentina dal palco. Impossibile avvicinarsi di più a qualsiasi altro punto del cosmo.

OK, mi guardo La Depressione da sola. Timore. Devo resistere alla lacrima facile, se l'atmosfera diventa pesante io... io... io cedo lo so -_-.
Il quadro di Picasso deambulante sale sul palco con i suoi amichetti sfigati, sono corazzata, sono per conto mio, posso anche scazzarmi senza pesare sulla coscienza di nessuno. Posso anche cercare di morire schiacciata dalla folla. Non mi importa nulla, niente, lasciatemi in pace.

E poi che succede?

Che questo gruppo di stronzi dei Radiohead attacca a suonare, e io mi trovo nel giro di dieci minuti in un altro mondo, neanche mi rendo subito conto che mi sto agitando a ritmo con degli spagnoli (?portoghesi? boooh), con loro sorrido, batto le mani, approvo, mi muovo e... oddio, MI STA PIACENDO TUTTO, TUTTO, TUTTISSIMO.

Non c'è una virgola fuori posto.
Sono stipata tra gente sconosciuta, gentile e che va a ritmo.
Ogni tanto arriva un refolo d'aria fresca rigenerante.
Le luci e la scenografia sono coinvolgenti, un tutt'uno con la musica.
I maxischermi proiettano immagini dal palco come arrivassero da telecamere di sorveglianza.


E la musica, neanche per un secondo deprimente, mi prende sollevandomi da terra, e mi fa sperare che il concerto non finisca mai, perché quello è il momento improvviso perfetto che aspettavo da molti mesi. Arrivato di sorpresa.

Sola, felice, non so una parola delle canzoni che ascolto, le conosco solo perché le ho sentite ogni tanto, ma batto le mani, muovo la testa, chiudo gli occhi, sorrido come una cretina a un tipo che chissenefrega, ma lui capisce che non c'è nulla di personale, anche a lui sta piacendo un sacco il concerto e si condivide al volo la situazione magica.

Poi tutto finisce, e inebriata me ne vado con gli altri verso il bar del campeggio, contemplando l'ordinata fiumana di gente che se ne torna in tenda o a casa.

Con una birretta in una mano e nell'altra un'ottima Marlboro rossa morbida offertami da Syb, sto bene e gongolo felice.
Felice come una cretina, al punto che non mi accorgo che sto sorridendo a un tipo ribattezzato all'istante "il figlio riuscito male del Della e di Sole". Lui pensa che sia un fatto personale, e tenta l'approccio. Io sghignazzo ancora sotto l'effetto del concerto, lui va a farsi una carico di birra e dopo una ventina di minuti lo vedo tornare alla carica con la coda dell'occhio.

Mi alzo, scambio due parole con Syb, mi infilo le mani in tasca e ce ne andiamo. E' ora di andare a dormire, non si può rovinare col fastidio una serata così splendida e perfetta come quella che mi hanno regalato 'sti minchioni inutili deprimenti bastardi dei Radiohead.

Grazie Picasso. E scusa.
Grazie e scusa.

Qui Radiorumika, passo e chiudo... per ora.

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