M: Ciao, sono io, mi piaci, ti piaccio?
F: Sì mi piaci.
M: Ci diamo i bacini?
F: Sì dai, che bello!
M: Oh, che bello darci i bacini, vero?
F: Sì è bellissimo!
M: Ci rivediamo?
F: Certo, ho detto che era tutto bellobellissimo, ovvio che ho voglia che ci rivediamo!
M: Mah, non lo so, c'ho probblemi, troppiprobblemi...
In poche, sintetiche ed elementari righe quello che operativamente sto facendo il possibile per evitare da qui all'eternità, senza sentirmi definire "Hai gusti difficili", "Abbassa il tiro", "Ma perché? Una come te?", "Ma non è possibile".
Ossia i coglioni capaci di farmi sentire una merda quando invece sono loro ad avere qualcosa che non va nella testa... e anche altrove. E mi sento una merda non tanto perché ho una bassa autostima, ma perché chi non parla chiaro ha sempre un posto nel mio cuore: quell'angolo triste del vaffanculo estorto con la forza quando di solito, anche solo per quieto vivere, non ho voglia di mandarci nessuno.
luglio 30, 2013
luglio 12, 2013
Qualcosa dentro sarà pure rimasto
Faccio tutto, vado dappertutto, ho visto di tutto, non ho più paura di nulla, nessuno mi sorprende più.
Eppure entrare in una sala cinematografica e rimanerci tranquilla, rapita dallo schermo non è più naturale come un tempo. Ancora adesso mi devo concentrare per non piantare le unghie nei braccioli, per non muovermi troppo e far vibrare la fila di sedie. E va anche bene, perché fino a due anni fa arrivava sempre il momento in cui volevo alzarmi e dire, ok, finora è andato tutto bene ma adesso basta, non ce la faccio più, io me ne vado. Per evitare scene madri invece succedeva che mi addormentavo, è stata per un po' di tempo la mia forma migliore di autocontrollo.
Conosco bene le cause di questo problema, non è questo il luogo per discuterle perché non riguardano solo me, a un certo punto ho risolto tutto smettendo di andare al cinema. Il che non è positivo per una persona che ha iniziato a frequentare le sale a tre, quattro anni e negli anni ha continuato a farlo ininterrottamente in modo sempre più intenso, vario e appassionato. Ma un conto è essere appassionati di cinema, un altro è entrare in una sala, al buio, sedersi e rimanere lì e sentirsi così soli da avere le vertigini allo stomaco, tanto da non capire più cosa stia accadendo sullo schermo. Anche se ti piace, anche se è il tuo linguaggio, anche se lo possiedi da anni.
Quando ero bambina mi domandavo come fosse possibile che, per colpa di un ictus, una persona non riuscisse più a parlare o a scrivere. "Si deve concentrare", pensavo. "Qualcosa dentro sarà pur rimasto". E invece no. Ogni tanto succedono dei cortocircuiti e non rimane proprio nulla. Mi sono diagnosticata un ictus cinematografico, perché non mi ricordo più come si stia in un cinema e come si guardi un film. Insomma, quella che è mi è rimasta è solo la propensione intellettuale, ma l'emozione è stata sostituita da brutte sensazioni che ho imparato a dominare convincendomi che dovevo lasciar scorrere tutto.
Non avete idea di quante volte, negli ultimi cinque anni, ho iniziato a scrivere questo post e non l'ho mai finito.
Di quanto mi abbia addolorato vedere una passione così personale e vibrante cedere all'angoscia. O lasciavo sul piatto la mia sanità mentale o ci lasciavo la passione. Non mi pento di aver lasciato andare quest'ultima e aver preservato la mente per altre cose.
Se scrivo oggi non è perché ho superato tutto, ma solo perché ho trovato delle parole per spiegarlo.
Eppure entrare in una sala cinematografica e rimanerci tranquilla, rapita dallo schermo non è più naturale come un tempo. Ancora adesso mi devo concentrare per non piantare le unghie nei braccioli, per non muovermi troppo e far vibrare la fila di sedie. E va anche bene, perché fino a due anni fa arrivava sempre il momento in cui volevo alzarmi e dire, ok, finora è andato tutto bene ma adesso basta, non ce la faccio più, io me ne vado. Per evitare scene madri invece succedeva che mi addormentavo, è stata per un po' di tempo la mia forma migliore di autocontrollo.
Conosco bene le cause di questo problema, non è questo il luogo per discuterle perché non riguardano solo me, a un certo punto ho risolto tutto smettendo di andare al cinema. Il che non è positivo per una persona che ha iniziato a frequentare le sale a tre, quattro anni e negli anni ha continuato a farlo ininterrottamente in modo sempre più intenso, vario e appassionato. Ma un conto è essere appassionati di cinema, un altro è entrare in una sala, al buio, sedersi e rimanere lì e sentirsi così soli da avere le vertigini allo stomaco, tanto da non capire più cosa stia accadendo sullo schermo. Anche se ti piace, anche se è il tuo linguaggio, anche se lo possiedi da anni.
Quando ero bambina mi domandavo come fosse possibile che, per colpa di un ictus, una persona non riuscisse più a parlare o a scrivere. "Si deve concentrare", pensavo. "Qualcosa dentro sarà pur rimasto". E invece no. Ogni tanto succedono dei cortocircuiti e non rimane proprio nulla. Mi sono diagnosticata un ictus cinematografico, perché non mi ricordo più come si stia in un cinema e come si guardi un film. Insomma, quella che è mi è rimasta è solo la propensione intellettuale, ma l'emozione è stata sostituita da brutte sensazioni che ho imparato a dominare convincendomi che dovevo lasciar scorrere tutto.
Non avete idea di quante volte, negli ultimi cinque anni, ho iniziato a scrivere questo post e non l'ho mai finito.
Di quanto mi abbia addolorato vedere una passione così personale e vibrante cedere all'angoscia. O lasciavo sul piatto la mia sanità mentale o ci lasciavo la passione. Non mi pento di aver lasciato andare quest'ultima e aver preservato la mente per altre cose.
Se scrivo oggi non è perché ho superato tutto, ma solo perché ho trovato delle parole per spiegarlo.
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