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aprile 22, 2014

Il giallo delle fodere

Sei anni fa, per il divano del mio salotto, la scelta cadde sull'Ektorp-divanoletto-treposti. Era comodo per sedersi, sufficientemente spazioso e ottimo per accogliere gli ospiti di passaggio. Inoltre aveva un ottimo rapporto qualità/prezzo/scelta per le fodere, elementi che si sporcano spesso e sono sempre il tiragraffi preferito di qualsiasi gatto.
In sei anni abbiamo (io, i miei gatti, i miei ospiti) fatto fuori due set di fodere, quindi sabato era ora di andare all'Ikea per prenderne una nuova. Una sola perché avevo notato che i prezzi erano cresciuti. E poi, cosa vuoi, l'Ektorp è un cavallo di battaglia, NON LO TOGLIERANNO MAI DAL CATALOGO, non ha senso far scorta.
Arrivo al punto informazioni dell'Area Divani e chiedo quali colori di fodera hanno disponibili per treposti-Ektorp-divano letto, manifestando alla commessa in giallo la mia predilezione per quella in jeans.
La gentile inserviente mi guarda dritta negli occhi e mi dice convinta "Non esiste più".
Di fronte al mio MEH, MEH COME, MEH COSA, MEH PERCHE'? mi dice che divanoletto-Ektorp-treposti non è più in produzione e da sei mesi non ne vendono più neanche le fodere.
La mia faccia. Avreste dovuto vederla. Quella di una bambina a cui hanno rubato la Barbie Ballerina e lasciato le scarpette in plastica rotte. E mo che me ne faccio di un divanoletto Ektorp a tre posti con le fodere bucate dalle unghie di due felini di media taglia, macchiate di salsa di soia come le tovaglie dei peggiori ristoranti di Pechino più amenità varie?
La commessa in giallo conviene col mio sgomento e rincara la dose: "Era un modello che vendevamo da trent'anni", dice. Come se lei e l'Ikea di Corsico fossero un tutt'uno lì da trent'anni. Trent'anni nell'Area Divani, nell'Ikea di Corsico. E lo sappiamo tutti che lì, trent'anni fa, era tutta campagna. Questo sì che è spirito corporativo.
Tuttavia la signora si dimostra collaborativa: "So che c'è un sito americano, non Ikea, che sta raccogliendo tutte le fodere, potrebbe cercare online...". Doppio sconforto. Già mi figuro la ricerca online, la spedizione strapagata, l'IVA folle, il dazio esorbitante, le telefonate incazzate alla Dogana di Lonate Pozzolo per lo sdoganamento... tutto questo per le fodere del divano. Abbozzo della timida soddisfazione. Infine, a ben vedere, su Internet compro di tutto, ci prenderò pure le fodere dell'Ektorp...
Non paga di avermi dato il suggerimento geek, la cassiera in giallo sfodera (ah-ah) un'altra soluzione. E lo fa con il mestiere di una che vuole farmi capire che LEI-HA-LA-SOLUZIONE-VERA-QUELLA-GIUSTA-QUELLA-DEFINITIVA-PER-ME. "Provo a sentire L'Angolo delle Occasioni, magari quelle rimaste le hanno spostate dal magazzino a lì".
Mentre è in attesa dei colleghi dell'Angolo delle Occasioni con la cornetta appesa all'orecchio, la super-funzionale donna Ikea vende a una coppietta un divano dal nome ridicolo con una fodera dal nome ancora più ridicolo. "Bella quella fodera", osserva. La coppietta si allontana felice di aver fatto la scelta giusta e con il foglio dell'ordine in mano. Chissà se tra sei anni saranno ancora assieme, e se quello della fodera nuova sarà un problema di uno di due o di due nuovi due.
In linea con l'Angolo delle Occasioni, la novella Angela Lansbury mi comunica che esistono ancora delle fodere rosse, rosa, fiorate beige e velluto blu. "Vada giù subito a vedere se sono in buone condizioni. E le va anche bene, perché le prenderà a prezzo scontato".
Prima ancora di andare a mangiare, corro all'Angolo delle Occasioni e prendo due set sigillati di fodere fiorate, il male minore, scontati del 50%. Felice, con in spalla il mio carico di 12 chili di stoffa infilato nella borsa gialla d'ordinanza, risalgo al piano ristorante controcorrente come i salmoni.
Ogni tanto qualcosa va anche bene, dai. E poi, tra altri sei anni, chissà dove sarò e quale divano avrò.

aprile 18, 2014

La mia socialità, in tre mosse

È sempre più complicato.
E non è che chieda la spiegazione pianapiana del Teorema di Fermat.
Chiedo solo al ragazzo seduto accanto a me al tavolo "Mbeh, come ti va?". E pure sorrido, signori. Che ultimamente è complicato. Ma magari lui non lo vede bene, perché è seduto accanto e io non ho l'estensione di Kakihara. Forse proprio non ha visto.

Kakihara (Ichi The Killer - 2001)

Mi risponde ridacchiando "Perché me lo domandi?".
Ritiro la testa mentre faccio spallucce. E ora... cosa dovrei giustificare? Perché ho voglia di chiacchierare con lui? Ma sta scherzando, vero? Oddio, ho l'alito pesante? O ho chiesto qualcosa che non va bene? L'ho forse chiesto male? È lì, è accanto a me, mi interessa sapere come sta una persona seduta accanto a me. Metti che ha il nervoso, metti che è felice, metti che ha bisogno di un aiuto, di un consiglio, di mandare qualcuno affanculo... io sono qui, passavo da queste parti, facciamo questi cinque minuti di strada assieme o ti scoccio?
E poi, da parte mia, ho anche voglia di sentire della voce. Sento poche voci così da vicino.

[Oh, ma è proprioproprio necessario andare in paranoia dopo aver chiesto a una persona come sta e finire a scriverne un post su un blog? No, non è necessario. Ma l'ho detto che è sempre più complicato...]

Gli contro-rispondo abbozzando "Per fare quattro chiacchiere, perché sei qui". Parole che cadono nel vuoto. Dicendo questo, mi ritiro definitivamente nel mio mondo giallo limone, pensando che non c'era modo più banale di avviare una conversazione, più sciocco di rispondere e pessimo per concludere.
Che il mio modo di socializzare forse è fuori tempo e che a quanto pare sono incapace di comunicare anche solo dell'interesse sincero.

Forse era meglio se gli chiedevo di venirmi ad aiutare a tinteggiare il salotto e a scegliere con me il tipo di bianco (ci sono tanti bianchi, non solo uno). Magari aveva bisogno di una domanda del genere e non che mi interessassi a lui.
Forse dovevo postargli una canzone e non rivolgergli mai la parola.

Ma il salotto me lo tinteggerò da sola. Come del resto finirò a parlare da sola, tra un po'.
L'avreste mai immaginato di arrivare a trentanove anni e aver problemi PURE a chiacchierare?
Il titolo della canzone che segue è sicuramente la risposta migliore che avrei potuto dare.


aprile 07, 2014

Guida per forestieri alla metropolitana milanese durante il Salone del Mobile


Inizia il Salone del Mobile con tutti i suoi eventi del Fuori Salo(tt)one sparsi per Milano: la metro milanese è presa d'assalto da forestieri, la gran parte poco abituata ai milanesi, all'ATM, alla linea rossa, allo stop più lungo a Buonarroti e al passaggio pedonale sopra la stazione di Porta Genova.

Ecco un breve decalogo per chi di Milano non è, una guida per camminare a testa alta nell'underground meneghina, come un vero milanese. (è uno sporco lavoro, ogni tanto qualcuno deve farlo, quest'anno ero ispirata e l'ho scritto io).

1
"Scende alla prossima?" ormai è una litania di Chiesa intonata sola dalle vecchine ansiose e con problemi di deambulazione che purtroppo sanno che a Milano i boyscout sono pochi e comunque vanno di fretta. Sappiate che la gran parte delle persone che sono sul vagone con voi dovrà scendere, come voi, a Cadorna per fare il cambio verso la rossa o verso la verde per tornare a Garibaldi o Centrale. Quindi KEEP CALM, e non chiedete alle venti persone davanti all'ingresso se "Scende alla prossima?". Sicuramente a Cadorna/Duomo (e per l'occasione anche a Porta Genova) scenderanno tutti. Mettetevi pazientemente in fila.

2
Sulla banchina c'è TROPPA GENTE, sul treno C'E' TROPPA GENTE, ma c'è una regola che varrà sempre, in tutti i luoghi, in tutti i laghi, a tutte le ore del giorno e della notte, anche se i vagoni sono semi-deserti: ha la precedenza chi scende. Quindi ecco cosa dovete fare se dovete SALIRE SUL TRENINO: appena arriva il treno accostatevi alle porte scorrevoli più vicine che si aprono e accogliete come un corteo festante il blob di persone in uscita dal treno. Mettetevi ACCANTO ALLE PORTE NON DAVANTI, perché so che non amate essere presi a spallate o far mugugnare la gente.
Se invece dovete scendere, scendete dal vagone appena si aprono le porte, NON FERMATEVI E CONTINUATE A CAMMINARE. Se siete con qualcuno, e quel qualcuno è rimasto un po' indietro, aspettatelo in un punto dove non incrociate il flusso. Il flusso non va mai incrociato. Altrimenti sono mugugni e spallate.

3
Che ci crediate o no, quello che ha appena chiuso le porte davanti ai vostri occhi ed è partito fregandosene della vostra corsa disperata sulla banchina NON E' L'ULTIMO TRENO DELLA VITA. Ne passerà un altro tra pochi minuti (quattro, nelle ore di punta), perché a Milano la metropolitana non funziona male, e aspettare un po' non ha mai ucciso nessuno. Invece rimanere pinzati tra le porte scorrevoli non è divertente, ritarda le altre corse e rompe le balle a chi è schiacciato dentro al vagone che sta aspettando di partire. Spippolate pazientemente con il vostro smartphone per altri quattro minuti sulla banchina. Tanto se siete in
ritardo per l'eventone-fuori-salottiero, quattro minuti in più non faranno la differenza.

4
State tornando da Rho-Fiera verso la città e a Buonarroti il treno sta più fermo del dovuto? Non vi preoccupate non si è rotto nulla, non si è suicidato nessuno, è tutto nella norma. Osservate la mappa della metro, vi accorgerete che a Pagano la linea rossa si biforca. Spesso il treno proveniente da Rho-Fiera si ferma un po' di più a Buonarroti per lasciar andare verso Pagano il convoglio in arrivo dalla direzione Bisceglie, e quindi rispettare l'alternanza dei passaggi. Non lamentatevi, non guardatevi attorno con aria stupita come dei perfetti niubbi, fate i milanesi: testa bassa sul telefono magari mentre fotografate le scarpe di quella di fronte.

5
Avete una vita intensa e ve la invidio molto. Tuttavia non strillatela al telefono. Lo so che lo fanno tutti, ma non fatelo, non è carino, e ultimamente sui mezzi è davvero fastidioso sentire gli affari degli altri anche quando si è in cuffia.

6
La movida milanese, in occasione del Salone, ha un'impennata in zona Tortona/Via Savona per tutti gli eventi del Fuori-salotto. Considerato che arrivare in zona in auto e trovare parcheggio è un'impresa anche in periodo meno movimentati, il consiglio che vi darà qualsiasi milanese sarà quello di muovervi con i mezzi. Non vi stanno tendendo una trappola, è la verità: ANDATECI IN METROPOLITANA (O COL BUS, O COL TRAM, a seconda di dove vi trovate). I parcheggi a pagamento saranno pieni, le strade saranno pedonalizzate per l'occasione, arrivarci in auto è davvero un'idea folle: immaginate di essere alla sagra della porchetta di Ariccia, non riuscireste mai a parcheggiare vicino al Superstudio. Tuttavia andare coi mezzi richiede superpoteri e quindi tanta responsabilità. In particolare ricordate che l'ultima corsa della metropolitana da Porta Genova in direzione Cascina Gobba (e quindi Cadona, dove c'è l'utile incrocio con la M1 rossa) passa alle 00:41 (orario infrasettimanale), mentre in direzione Famagosta alle 00:50.
Anche se Tortona/Savona sono a un tiro di schioppo dalla fermata di Porta Genova, c'è uno stretto passaggio pedonale sopra alla ferrovia che, durante il Fuori-salotto, ospita una compatta coda di gente che è lì per andare a mangiare e bere gratis a spese dell'industria del design. Insomma, una selezione umana degna di nota con cui avrete da fare i conti se dovete arrivare a un appuntamento (in particolare dopo le ore 18) e soprattutto se pensate di tornare al vostro albergo con l'ultima metropolitana della sera.

7
L'ATM ha un account su Twitter chiamato @ATM Informa https://twitter.com/atm_informa. Non ci crederete ma funziona, è attivo e avvisa se ci sono problemi o ritardi sulle linee di autobus e metro. Invece di giocare a Ruzzle seguite l'account per controllare se ci sono problemi di ritardi. Inoltre l'ATM ha una info line attiva dalle 7e30 alle 19e30 al numero 02.48.607.607. Servitevene se il senso dell'orientamento o gli orari non sono il vostro forte. Diffidate del servizio "GiroMilano" sul sito di ATM, è uno strumento diabolico che per farvi andare da Duomo a Via Bergognone rischia di farvi passare dallo stabilimento di un mobilificio di Cantù. E OK che siete qui per il Salone del Mobile, ma la Brianza rimane sempre un po' fuori mano...

8
Sulla metropolitana ci sono tanti violinisti tzigani, persone che chiedono la carità, barboni puzzonissimi, artisti con chitarre scordate. Poi c'è quella donna che canta sempre la Pausini ed è francamente terribile: se mai la incontrerete non potrete che convenire con me. Una raccomandazione: mano alla borsa e non tornate a casa dicendo che Pisapia ha aperto le porte agli zingari, che è uno schifo, non è possibile signoramia e blablabla. È sempre così, solo che vi è andata male e siete a Milano per il Salone del Mobile. Se foste a Milano per una delle innumerevoli settimane della moda tutto questo scomparirebbe ai vostri occhi di fronte
all'alta densità di modelle fighe che vengono avvistate a chiedere informazioni su come raggiungere la fermata Montenapoleone.

9
Non fate i furbi: per arrivare a Rho/Fiera bisogna prendere IL BIGLIETTO COSTOSO. Non basta quello urbano da 1,50 euro, dovete prendere quello speciale. ATM vi offre alla cifra di 5 euro un A/R città/Fiera/città. Se dovete fare più viaggi in giornata valutate di acquistare il biglietto da 7 euro giornaliero. Il giornaliero è una figata, i forestieri che lo scoprono ne rimangono sempre entusiasti (un giornaliero cittadino costa 4,50 euro e dura 24 ore 24!!).

10
Ah, tenete sempre il biglietto a portata di mano, non buttatelo, non spiegazzatelo, non nascondetelo nella vostra incasinata borsa/24 ore. Questo perché durante il giorno e di sera (sempre in metropolitana) molte stazioni bloccano i tornelli in uscita. Significa che per uscire dovrete vidimare il biglietto con cui siete entrati nella stazione di partenza. La cosa migliore che potete fare è avere il biglietto in mano e fluire con eleganza fuori dal tornello, come dei veri milanesi, come fanno a Londra i londinesi, senza mettervi a frugare nelle tasche alla barriera (come accade a me di solito -_-).

11 (perché ogni decalogo ha il punto 11)
Come ricorda l'amico Vito, non sottovalutate il passante ferroviario come fanno i milanesi. Per andare a Rho è più facile, più comodo, più economico e soprattutto molto meno affollato. Da Garibaldi (passante) c'è una corsa per Rho ad ogni :02 :17 :32 e :47 (4 corse ogni ora) a 2,40€ - in 14 minuti sei in fiera.



marzo 28, 2014

The hurt locker

(è uno di quei post intimisti sui cazzi miei personali che se non avete voglia di leggere potete chiudere la finestra adesso e nessuno vi biasimerà)

C’è un motivo ben preciso e personale per cui gli Afterhours ormai li ascolto quasi esclusivamente dal vivo, solo che a forza di farlo me lo ero anche dimenticato. Sono aiutata dal fatto che qui a Milano abbiamo l’opportunità di assistere spesso ai loro concerti, non ho idea di quanti ne ho visti dal 2000 a oggi, secondo me più di venti di sicuro, ma almeno ogni anno ricevo la giusta dose di germi, iene, lividi, bombay, punti g e via dicendo.
Purtroppo lo scorso martedì sera all’Alcatraz, durante l’intera esecuzione dal vivo di Hai paura del buio *così-com’è-nel-disco-del-1997*, ho ricordato a mie spese perché avevo spedito quel disco in un ripiano bassobasso della libreria. Non volevo che mi guardasse più con quei suoi begli occhietti spenti.
Sono stata una sventata, lo ammetto, ad andare all’Alcatraz senza immaginare che mi sarei confrontata con dei fantasmi irrisolti.
L’effetto pavloviano è stato davvero da manuale. Abituata per anni agli arrangiamenti da concerto, al disordine di scalette che mescolano pezzi di tutto il repertorio, spararmi il disco come tanti anni fa, con tutte le sue distorsioni, scordature e parole incomprensibili… mi ha mandato a malissimo. Allenata ormai a riprendermi in pochi minuti dai momenti in cui prenderei a calci anche un rarissimo vaso Ming che risolverebbe il problema del mutuo trentennale che grava sulla mia personcina, uscita dall’Alcatraz stavo già benone.

Dopo Hai paura del buio gli Afterhours hanno eseguito delle canzoni inutili di un disco che non ho mai ascoltato, quindi ho colto la facile occasione di estraniarmi pensando al tipo occhieggiato alla mia sinistra e con cui mi sono scambiata un mezzo sorriso, e ho addirittura fatto una riflessione.

[OMISSIS: qui c’era un paragrafo dove scrivevo le stesse cose che dico sempre, che a volte ripeto perché i mantra vanno ripetuti. "Sto benone, ho trovato la soluzione per vivere abbastanza spensieratamente la quotidianità e di farmi un baffo dell’irrisolutezza altrui". Purtroppo ci sono dei momenti random in cui il passato si ripresenta come un peperone. Chiamalo karma, chiamalo fanculo, ma quando mi piglia sono sempre impreparata, un po’ come con la sindrome premestruale: sto male malissimo, piango piangissimo, nessuno mi vuole vuolissimo, sono una creatura disgustosa disgustosissima… AH MA E’ SOLO UN PROBLEMA ORMONALE, TRA UNA SETTIMANA QUINDI SPACCO IL MONDO sulle note di “Hold on I’m coming”]


La riflessione più importante che ho fatto, comunque, è che il prossimo deve essere alto almeno un metro e ottantacinque. Che ho diritto anche io di abbracciare uno alto, di appoggiare la testa a un petto e non a una clavicola, facendo pure la fatica di ingobbirmi e piegare le ginocchia. Non saranno fatte eccezioni, anche perché sapeste che scuse ridicole ho sentito io, con queste orecchie. Credo che appoggiare la testa a un petto sia un diritto da inserire nella Convenzione dei diritti dell’uomo. Ora vado a fare una telefonatina ad Amnesty International per far valere la mia ragione. Forse gireranno la chiamata al WWF, ma non transigo: l’importante è che sia alto.

febbraio 01, 2014

Le risposte migliori solitamente non vengono mai date

L'esame di Stato per diventare giornalisti professionisti è articolato in due prove: quella scritta e quella orale. L'atmosfera è abbastanza antiquata (fino al 2008 bisognava fare lo scritto con una macchina da scrivere meccanica, been there, done that) e all'orale si assistono a scene di ordinaria scaltrezza. Bisogna intuire cosa vogliono sentirsi dire i giornalisti che compongono la commissione. Meglio ancora se questi ultimi sono di buon umore e non sono stati stressati dall'inaudita ignoranza di una biondina che non è in grado di descrivere in modo circostanziato i fatti della crisi missilistica di Cuba.

Quando ho sostenuto l’esame orale, al ragazzo prima di me venne posta una domanda bellissima: “Come spiegherebbe l’insider trading in una rivista femminile?”. Non ricordo bene come rispose il collega (sì, ci si chiama “colleghi” anche se non ci conosciamo e non condividiamo la redazione, è una cosa corporativa a cui fai presto ad abituarti, come quando da bambino devi buttar giù il cucchiaio di Bactrim). Il collega rispose in modo “sicuro”, dicendo che avrebbe illustrato il reato evitando di scendere nei dettagli legali ed economici. 

Dalle retrovie io avevo in mente una risposta diversa: avrei raccontato la storia di Martha Stewart, la regina di un impero editoriale di trasmissioni e riviste americane femminili molto cozy-shabby-chic. La Stewart venne indagata proprio per insider trading e poi condannata per reati connessi a cinque mesi di reclusione: il giorno del rilascio scese dalla scaletta dell’aereo che la riportava a casa avvolta in uno scialle colorato fatto a mano. Disse che lo aveva realizzato una sua compagna di cella messicana. Avrei spiegato l’insider trading partendo da un caso di cronaca che in qualche modo era affine al giornale su cui avrei scritto. Purtroppo la domanda non venne posta a me, quindi la mia risposta non venne mai data.

A me, tra le tante cose, la commissione chiese quale fu uno dei momenti cardine della Guerra Fredda. Tuttavia non volevano che ne dicessi uno tra i tanti, ma quello che avevano in mente loro. A mia discolpa posso dire che non avevo ancora visto Thirtheen Days: penso che sarebbe stato l'unico modo in cui io avrei potuto saperne qualcosa di più. Sempre nel solco dell'autoassoluzione vorrei ricordare che, per una persona della mia generazione, l'evento più importante della Guerra Fredda è la caduta del Muro di Berlino. Mentre per i giornalisti davanti a me, che prediligevano domande su Craxi e sui bei tempi in cui Buzzati scriveva sul Corriere, la crisi missilistica di Cuba era evidentemente fondamentale. Anche in questo caso, quindi, non venne data la risposta migliore possibile. 

In sostanza la morale del post, spiegata solo per gli amanti della pappa pronta, è la seguente: non importa solo sapere di poter dire o fare la cosa giusta. Bisogna anche avere il culo di poterla esprimere nel momento giusto. Altrimenti è tutto potenziale che rimane inespresso.

[PS: come corollario alla morale aggiungerei anche che "quando arriverà il tuo turno sicuramente non sarai in grado di dare la migliore risposta possibile".]

novembre 25, 2013

Le Signorine delli palazzi

I miei vicini sono una coppia di signori anziani verso gli ottant'anni. Sono entrambi cardiopatici: lui sta messo un po' peggio "dopo quella volta", dice lei.
Lei è quella che parla. Parla sempre troppo, non dice un cazzo e si fa gli affari degli altri. Lui è bonario e, quando mi becca da solo, ama farsi quattro chiacchiere.
Inizialmente mi chiamavano Elena, ogni tanto mi chiamano ancora Elena, ma più volte è capitato che, anche davanti a me, mi chiamassero LA SIGNORINA (ZAN ZAN, drama button).
Ora, io ci ho quasi quarant'anni e sia per l'anagrafe sia per l'aspetto ci sta che mi si dia della signora.
Ma qui non si tratta di rivolgersi a una persona col "Buongiorno signora", "Buonasera signorina". No. Quando delle persone di ottant'anni del tuo palazzo ti chiamano LA SIGNORINA, è perché è scattato l'anatema generazionale, il bollo ZITELLA-SENZAFIGLI-VIVESOLA (coi gatti).

Questo lo so, ah se lo so, perché nel mio palazzo a Verona, nel condominio *nome di città del Friuli*, c'era un'altra SIGNORINA. Era una signora sola, mai stata sposata, che abitava al secondo piano e lavorava a maglia. Di anni non ne aveva quaranta ma sessanta (ed è arrivata fino a oltre novanta, mi pare), ed era chiamata LA SIGNORINA *il cognome è quello di una nota casa automobilistica con cavallino rampante*. Da distinguersi con la SIGNORA *il cognome è lo stesso di un noto compositore italiano del tardo barocco* al primo piano e che, pur non essendo mai stata sposata, aveva comunque il titolo di Signora. A nulla valsero le mie domande di bambina sulla disparità di trattamento.
All'ultimo piano c'era un'altra signorina ricordata LA POVERA SIGNORINA *cognome tipico veronese che significa "colombi di torre"*. Il prefisso le venne assegnato postumo perché depressa e trovata morta negli anni Ottanta DICONO in un tripudio di psicofarmaci sparsi sul letto.
Ah, come non citare l'altra signora del primo piano: quella lo era di nome e di fatto, sposata e quindi titolata SIGNORA *cognome del marito*. Tuttavia era chiacchieratissima per le molte SIGNORINE che venivano a trovarla: dicevano fosse lesbica.
Siamo arrivati al punto che mancano solo le planimetrie del condominio e, ultime ma non meno importanti, le SIGNORINE del quarto piano: una coppia di signori gay avanti con gli anni. Correva voce che avessero le tende di velluto zebrato, ma pochi ebbero il coraggio di entrare in quel postribolo sodomita.

Quante signorine ci sono nelli palazzi, signora mia!

[nomi e cognomi sono stati volutamente censurati per la privacy e il placido riposo nell'aldilà dei vecchi abitanti del condominio "nome città del Friuli"]

novembre 04, 2013

"It's just a love song, but it's all goin'on"



No niente, è che ieri sera ho trovato il secondo/terzo uomo al mondo per cui valga la pena di buttarmi nel pogo, pensare di lanciargli il reggiseno di La Perla che ho addosso (ma non lo faccio: ormonale sì, mica cretina), strappare la tracolla della borsa, considerare che sì, le Dr. Martens sono le scarpe definitive, morite tutti.

E mentre sono seduta a fianco di un paninaro tirato a lucido, con un panino alla salsiccia nella mano sinistra, una birra nella destra, con addosso il sudore di nani e giganti, in sottofondo della musica di merda, accanto dei tamarri che urlano parolacce a Siri, penso che sto bene. Ma così bene che, non mi sorprendo, proprio non sento il bisogno di nient'altro.
Registriamo il 3 novembre come migliore serata 2013, con tante grazie ai Queens of the Stone Age.

Josh Homme ha tanta presenza, sostanza vocale e fisica, e una camicia da boscaiolo. Ci trovo molta eleganza, in quest'uomo. Lo vedi, è un quarto di bue solido, sodo e tatuato. Sul palco è un armadio che canta e indossa la chitarra come se fosse un giocattolo tra le sue braccia. Dice cose zozze nelle canzoni che vorresti pensare che fossero romantiche ma che non lo sono. E lo fa con la naturalezza di chi ha nel sangue il talento ma anche il mestiere delle rockstar: senza gigioneggiare come Mike Patton, senza quel tocco di sofferenza che rende tanto romantico Eddie Vedder, ma mettendoci una leggerezza sostanziale e tanta disinvoltura. Anche lui è elegante, sì.
[minima ormonalia]

settembre 04, 2013

Il pollo con le mani

C'è questa cosa, non so se sia la percezione corretta di una realtà che non mi appartiene da quando sono cresciuta,  per cui ai bambini viene trasmesso di mangiare con forchetta e coltello, e che sporcarsi è brutto, fastidioso, unto per mamma che deve lavare il bavaglino, il tovagliolo, la tovaglia e le manine e la faccia con le salviette umidificate.
E quindi per molto tempo, di riflesso, a te fa schifo mangiare con le mani, perché inconsciamente lo associ al fastidio di mamma e papà, a te fa schifo quello che a loro fa schifo, ma non perché ti faccia realmente schifo, ma perché le conseguenze sono fastidiose.
Bene, ora che sono ben più che adulta posso dire a piena voce
PORCO CANE QUANTO E' MERAVIGLIOSO MANGIARE IL POLLO CON LE MANI.

agosto 23, 2013

Pupetti Rosa 2013 - Lu malocchiu

Lì nel paesello siciliano c’è questa vecchina di 91 anni che ti toglie il malocchio. Mi dicono “Dai andiamo”, ma io oppongo “Che ne so io, se ho il malocchio oppure no?”. La risposta mi convince: “Ci sono tante persone che si concentrano sul male di chiunque, è bello essere sicuri che qualcuno operi per il tuo bene. E poi la nonnina è contenta di farlo per tutti”.
Appurato che non saranno chiesti né quattrini né beni in natura (la crisi si sente anche nelle piccole cose e io al massimo potrei portare dei fichi d’india rubati dalla pianta dei vicini) accetto di andare a farmi togliere lu malocchiu che forse non ho, col timore di tirarmelo.

In una piccola corte ricavata da un garage, arredata con divani vecchi, poltrone, un tavolo da pranzo e un  forno a legna, mi viene presentata la vecchina. Ha in bocca solo un incisivo sbilenco e scheggiato, come si chiami non lo so, e quello che dice proprio non lo capisco: parla un siciliano sdentato. Cercare di far credere a una potenziale sensitiva che sto capendo quel che mi dice è davvero ridicolo, quindi mi risparmio di annuire come una secchiona in prima fila a ogni suono che esce dalla sua bocca: mi impegno a sorridere gentilmente, per comunicarle un po’ di gratitudine per quel che mi sta per fare. A un certo punto dice “Di venere”, io ho un sussulto di comprensione e dico “Ah di venerdì!”, lei dice di sì, ma non è chiaro cosa debba accadere di venerdì, anche perché oggi è domenica mattina.
 La nonnina mi invita a sedere mentre lei si mette in piedi accanto, afferrandomi la fronte. Inizia a recitare una filastrocca in cui distinguo delle parole. “Occhio… malocchiu… ferro… cavolo… se qualcuno ha preso d’occhio…”, mentre mi traccia delle crocette sulla fronte. Poi mi accarezza le sopracciglia, io chiudo gli occhi e sento dei profumi di cibo provenire dalla cucina: ah come si mangia bene in Sicilia.
“Elena, devi tornare anche domani e dopodomani”, mi dice la nipote.
La mattina dopo torno, ma la porta del garage è socchiusa e non voglio disturbare. Passo qualche ora dopo, verso le cinque, e la vecchina è un po’ risentita con me: il rito va fatto di mattina, il pomeriggio non funziona! E questo me lo fa capire bene. Io non insisto ma lei procede ugualmente. “Ci vediamo domani MATTINA”, dice salutandomi.

I fatti che seguono sono storia di vera mestizia, considerato che non mi ammalavo dal novembre 2007. Qualche ora dopo la seconda preghierina ferro-cavolo-malocchiu mi sento malissimo, vomito l’anima e un intero pranzo di delizie. La guardia medica diagnostica “lu viruzzzz”. Io ipotizzo una congestione. Molti un’intossicazione alimentare. Poi mi sale la febbre, e il giorno dopo devo anche prendere il volo di ritorno per questa vacanza lampo di quattro giorni interi, più due rosicchiati da operazioni di avvicinamento ad aeroporti, imbarchi, sbarchi, ritiro bagagli. Decido di saltare la terza seduta: non solo non ho le forze di arrivare al garage, ma non voglio neppure correre il rischio di passare lu viruzzz alla nonnina di 91 anni.
Tornata a casa in condizioni pietose, mi domando ancora quale peste possa avermi colpito. Potrebbe essere lu viruzzzz, la congestione, l’intossicazione… oppure... che sia stato lu malocchiu che se ne è andato? 


luglio 30, 2013

Free as a bird

M: Ciao, sono io, mi piaci, ti piaccio?
F: Sì mi piaci.
M: Ci diamo i bacini?
F: Sì dai, che bello!
M: Oh, che bello darci i bacini, vero?
F: Sì è bellissimo!
M: Ci rivediamo?
F: Certo, ho detto che era tutto bellobellissimo, ovvio che ho voglia che ci rivediamo!
M: Mah, non lo so, c'ho probblemi, troppiprobblemi...

In poche, sintetiche ed elementari righe quello che operativamente sto facendo il possibile per evitare da qui all'eternità, senza sentirmi definire "Hai gusti difficili", "Abbassa il tiro", "Ma perché? Una come te?", "Ma non è possibile".
Ossia i coglioni capaci di farmi sentire una merda quando invece sono loro ad avere qualcosa che non va nella testa... e anche altrove. E mi sento una merda non tanto perché ho una bassa autostima, ma perché chi non parla chiaro ha sempre un posto nel mio cuore: quell'angolo triste del vaffanculo estorto con la forza quando di solito, anche solo per quieto vivere, non ho voglia di mandarci nessuno.

luglio 12, 2013

Qualcosa dentro sarà pure rimasto

Faccio tutto, vado dappertutto, ho visto di tutto, non ho più paura di nulla, nessuno mi sorprende più.
Eppure entrare in una sala cinematografica e rimanerci tranquilla, rapita dallo schermo non è più naturale come un tempo. Ancora adesso mi devo concentrare per non piantare le unghie nei braccioli, per non muovermi troppo e far vibrare la fila di sedie. E va anche bene, perché fino a due anni fa arrivava sempre il momento in cui volevo alzarmi e dire, ok, finora è andato tutto bene ma adesso basta, non ce la faccio più, io me ne vado. Per evitare scene madri invece succedeva che mi addormentavo, è stata per un po' di tempo la mia forma migliore di autocontrollo.

Conosco bene le cause di questo problema, non è questo il luogo per discuterle perché non riguardano solo me, a un certo punto ho risolto tutto smettendo di andare al cinema. Il che non è positivo per una persona che ha iniziato a frequentare le sale a tre, quattro anni e negli anni ha continuato a farlo ininterrottamente in modo sempre più intenso, vario e appassionato. Ma un conto è essere appassionati di cinema, un altro è entrare in una sala, al buio, sedersi e rimanere lì e sentirsi così soli da avere le vertigini allo stomaco, tanto da non capire più cosa stia accadendo sullo schermo. Anche se ti piace, anche se è il tuo linguaggio, anche se lo possiedi da anni.

Quando ero bambina mi domandavo come fosse possibile che, per colpa di un ictus, una persona non riuscisse più a parlare o a scrivere. "Si deve concentrare", pensavo. "Qualcosa dentro sarà pur rimasto". E invece no. Ogni tanto succedono dei cortocircuiti e non rimane proprio nulla. Mi sono diagnosticata un ictus cinematografico, perché non mi ricordo più come si stia in un cinema e come si guardi un film. Insomma, quella che è mi è rimasta è solo la propensione intellettuale, ma l'emozione è stata sostituita da brutte sensazioni che ho imparato a dominare convincendomi che dovevo lasciar scorrere tutto.

Non avete idea di quante volte, negli ultimi cinque anni, ho iniziato a scrivere questo post e non l'ho mai finito.
Di quanto mi abbia addolorato vedere una passione così personale e vibrante cedere all'angoscia. O lasciavo sul piatto la mia sanità mentale o ci lasciavo la passione. Non mi pento di aver lasciato andare quest'ultima e aver preservato la mente per altre cose.
Se scrivo oggi non è perché ho superato tutto, ma solo perché ho trovato delle parole per spiegarlo.

giugno 06, 2013

Magari ti chiamerò

Laggente, davvero, le parole non le sanno misurare. Come quello che mi voleva portare a Parigi. Brussels. Valencia. E che non pensava che io ci ero già stata per i cazzi miei, e che ci si poteva vedere al volo anche a due fermate di metropolitana da casa mia, bastava solo voler fare qualcosa, senza scomodare le capitali della minchia. Come volevasi dimostrare non ci si è visti da nessuna parte. Che varrebbe la pena pensare alle cose che si dicono, prima di cagarle fuori. Magari ci sono delle orecchie che ascoltano.
E quindi, insomma, ciccacicca, cosa fai quando una persona ti dice cose che non esistono. Fai le spallucce, diventi sorda, e pensi a quel che hai in forno, a tutto quel che c'è da fare qui, che oggi c'è il sole, un minimo contenta di aver capito che "no vaffanculo, mi avete rotto tutti il cazzo, indistintamente". Pur con tutto il bene, dududadada.

maggio 20, 2013

Oh yeah... you know... I'm fine.


Lo so, sto per dire una cosa abominevole e me ne pentirò amaramente perché non bisogna tirarsi merda: sto bene.
E circa sto bene da metà ottobre, in crescita esponenziale.
E tenetevi forte perché c'è una grandissima novità: sto così bene perché finalmente non mi sento più mozza.
Sono passati così tanti anni dalla mia ultima storia con una persona (cinque... voi cinque anni fa cosa facevate?) che a guardarmi indietro vedo un bel po' di sofferenza. Cercate di capire, non è una svolta semplice in assoluto, e io in particolare l'ho digerita con molta fatica e troppi cambiamenti poco desiderati.
Se poi mi conoscete di persona o avete seguito Puffetti negli anni, sapete anche che sì, ho sofferto del non avere qualcuno da amare e/o che mi amasse, ma anche che mai avrei messo sul piatto la mia libertà pur di aver un fidanzato che in qualche modo ripristinasse lo status quo perduto all'improvviso.

Son passati questi cinque anni, tra qualche pretendente per il quale non mi è scattato il link e persone che mi sono piaciute tanto, ma che di me non ne hanno voluto sapere. Quindi, a una base già incerta, si sono aggiunte ulteriori complicazioni fastidiose che hanno un po' messo in discussione i miei desideri. Così, mentre mi domandavo stranita "se arrivo da una coppia, perché non riesco a ritornarci?", stavo in realtà facendo un percorso del tutto diverso, parecchio inconsapevole, e che mi ha portata a oggi.

Oggi sono sempre io, ma sto così bene che, per quanto mi riguarda, il meglio che posso augurarmi non è tanto l'amore, ma il resto della mia vita in ottima compagnia di me stessa. Spero che anche voi possiate apprezzare, senza giudicare o domandarvi/mi in modo ridondante e sinceramente fastidioso perché "una ragazza così carina senza un uomo?".



aprile 23, 2013

Ho sognato un film bellissimo

OK, sono già sveglia alle 6e18, ma è perché ho fatto un sogno bellissimo. Vado al cinema a vedere un film ambientato a Hong Kong con la colonna sonora di Kung Fu Cash, con cinesi che lottano invasati sotto l'effetto di sangue geneticamente modificato, pompato da una macchina con dei mantici che stanno per esplodere (scena divertentissima). Poi c'è un bel piano sequenza all'interno del magazzino, e del riso cantonese che si rovescia da solo, con in sottofondo le urla dei cinesi pazzi e la musica di Kung Fu Cash. Seduto accanto a me, che mi porge la mano ma non me la stringe, che si avvicina alla mia bocca ma non la bacia, c'è un maschio geneticamente modificato per farmi incazzare a morte. Gli dico che è una scena bellissima e, trasportata dall'emozione Kung fu, provo a baciare la bocca che 'stostronzo mette a due millimetri dalla mia, ma lui si ritira, dicendo che non è il momento, che non se la sente. A fine film lui, che è il relatore del cineforum, propone di riascoltare tutti assieme le canzoni che mi sono piaciute di più. Tra i testi scorgo un ritornello che fa "red nose Avesani's". Mentre il menestrello suona, lo stronzo mi fa segno di uscire a fumare assieme una sigaretta. Mentre passiamo davanti alla prima fila sento che una persona è preoccupata per me, un'altra non è presente, un'altra che mi dice "rumi.... fatta " (non distinguo le parole, ma faccio segno di no con la testa).  Usciamo fuori, c'è un sole fortissimo, lo scenario è post-nucleare. Un gruppo di amici in fila per lo spettacolo successivo mi chiede com'era il film, io rispondo col mio solito eccessivo entusiasmo, e allora lo stronzo geneticamente modificato dice che sì, non era male, ma che io esagero sempre.  Mi abbraccia, io appoggio la testa sul suo petto, e mentre elaboro il diabolico piano di tirargli una ginocchiata nelle palle mi sveglio prendendo a calci il GATO BUFO che mi sta dormendo addosso.Oh raga, ho preso un altro due di picche, ma il film era bellissimo davvero.

febbraio 26, 2013

La trilogia di Darth Maki


Ma non ho mai fatto le presentazioni ufficiali qui sul blog? Lui è Maki, detto Gato Bufo o Darth Maki. Tra poco compie un anno, arriva da Modica, in provincia di Ragusa. Sono la sua umana da luglio dell'anno scorso.

febbraio 25, 2013

Il mondo lo devono sapere [1]

Lupi solitari di tutto il mondo, unitevi. Non c'è nulla da vergognarsi nell'aver qualche tic nervoso perché non si scopa da mesi o si passano brutti quarti d'ora perché si avrebbe voglia di limonare ma l'unica alternativa è riempirsi lo stomaco di cibo. Non abbiamo nulla da dimostrare né da giustificare a chi ci guarda come se fossimo dei poveri cristi con "sicuramente qualcosa che non va". Avere una vita affettiva completa è privilegio di pochi, soddisfacente ancora meno. Ci chiamiamo "gli anaffettati" e siamo dovunque.

[sigla di apertura di Quark]

Quando non si bacia per lungo tempo le labbra tornano delicatissime. Così delicate che, la prima volta che ti ricapita di baciare qualcuno, anche se ben rasato, ti brucia tutto il contorno. Cosa che magari ai masochisti potrebbe anche portare a un certo qual brivido di piacere. Alle persone come me porta invece solo un po' di dispiacere.

[sigla di chiusura di Quark]

febbraio 14, 2013

Fortuna che la neve si è sciolta, non come l'anno scorso...

Quello che voi non capite, stronzetti accoppiati che la fate semplice, è che San Valentino è un'occasione in più per tenervi strette le persone che amate. E baciarle, e abbracciarle, e mangiarvele con gli occhi, con la bocca un giorno ancor di più. Perché un giorno potrebbero non esserci mai più. Oppure, più semplicemente, non esserci mai state.

gennaio 20, 2013

Elojango


[non è che ci sono spoiler sul film, sono spoiler sull'essenziale, tipo che si muore]

Vado al cine a vedere il film di Tarantino e tutto comincia più o meno con uno che spara in testa a un cavallo. Poi mi domando quel film lì chissà com'è in lingua originale.
E dire che mi sono appena calmata dall'incazzatura presa nel parcheggio, dove i furbini imboccano in contromano gli accessi sperando di far prima del resto del mondo e invece causano un ingorgo. Odio.Questi.Imbecilli.Del.Sabato.Sera.
Poi però passa tutto perché vorrei essere lì con questi due pazzi scatenati, non limitarmi ad ascoltare le loro adorabili chiacchiere in una sala piena di stronzi che all'intervallo si alzano per prendere i pop-corn e svuotare la vescica. Vorrei esser lì con loro e chiedere a Schultz "Senti ma perché sei venuto in America? E perché proprio in Texas?" e a Django "Ma com'è stata la cerimonia del tuo matrimonio?". Avrei voluto vedere il sarto che gli prendeva le misure per il vestito turchese, me lo immagino abbastanza disgustato ma ammansito da un malloppetto di dollari. Birra. Avrei voluto essere in quel saloon a bere la birra spillata dal dottore (Tarantino, solo tu sai fottertene di tutto pur di fare spettacolo, ti amo). Chissà invece com'era quella in bottiglia al Cleopatra Club. Volevo esser là, in quella Tara insanguinata, a tirare un calcio al bastone di Stephen, azzopparlo anche io. E magari permettermi di dire rivolta in camera "Quello di Per Elisa è un anacronismo, ma Johnny Cash ci sta bene come un bigné alla crema, sì".
Quel che ha fatto Tarantino negli ultimi vent'anni è stato portare il Far West in altri generi e in ambientazioni che non centravano nulla. Ora che finalmente ha fatto un film western, si è sublimato a genere, ed entra ufficialmente nell'empireo degli uomini con cui andrei volentieri al supermercato a fare la spesa.
Oh Quentin, sono italiana! Cagami!

gennaio 08, 2013

Una nuova sciarpetta


Durante le vacanze di Natale ho lavorato molto a maglia e, tra le altre cose, ho fatto questa sciarpa con un gomitolo di Kauni Effectyarn, un filato danese in lana 100% e molto ruvido (ma già più morbido dopo il primo lavaggio, al prossimo gli do anche una passata col balsamo Fructis...). I colori sono autunnali, il modello è l'Hitchhiker di Martina Behm.
Come tutti i capi che mirano a esaltare il filato, è una noia mortale da lavorare, ma alla fine è talmente bello vedere i colori sfumare progressivamente che lo sforzo lo puoi fare.

gennaio 03, 2013

Magari la soluzione l'hai già trovata ma non lo sai



Le lampade in una casa sono fondamentali tanto quanto gli armadi e le librerie. Sono oggetti d'arredo che ho sempre scelto secondo il mio gusto e non seguendo la sola esigenza di praticità. Odio le plafoniere e i faretti e per questo non ne vedrete mai in casa mia.
In casa ho pochi punti luce, ma tutti molto belli o, perlomeno, scelti con cura e gusto mio. Se ho fatto un errore è stato di praticità: non rimetterei in cucina la Fly della Kartell, perché è una lampada in plastica davvero troppo delicata per stare in una stanza in cui, pur con tutte le cure del mondo, circola più unto che altrove. In cucina, se potete, prediligete lampade in vetro.

Da quattro anni, in camera da letto, non avevo un lampadario, ma l'infame porta-lampadina, quello che tutti, in una stanza di casa, abbiamo. E' quella lampada di emergenza che si infila appena si è finito il trasloco, pensando "Più avanti la tolgo" e che invece rimane appesa triste per anni a monito di trascuratezza, mancanza di tempo o incapacità di trovare un vero lampadario.
Per anni ne ho cercato uno per la mia camera, ma nulla mi soddisfaceva. Poi un giorno ero a Verona nella mia cameretta e mi son resa conto conto che il lampadario ideale per il mio buduoir di Milano era quello che avevo scelto a diciannove anni in occasione della ristrutturazione dell'antro che fino allora mi aveva ospitata. Qualche giorno fa, armata di forbice e cacciavite, ho staccato il lampadario e me lo sono portato a Milano. Stamattina, in meno di dieci minuti, l'ho attaccato al soffitto. E finalmente, dopo quattro anni, la mia camera da letto ha un lampadario.
 

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