A fine agosto un uomo (per la precisione il signore che settimanalmente viene a consegnarmi frutta e verdura alla porta di casa) ha deciso di venire a fare un infarto a casa mia. In pratica, quando mi ha suonato il campanello con la cassetta in mano, era lì lì per star male, mi ha chiesto di ospitarlo un attimo, io l'ho fatto entrare, gli ho dato dell'acqua e zucchero (pensavo a un calo glicemico) e nel giro di cinque minuti era sul mio divano che sussultava, viola in faccia, senza sensi, con gli occhi fissi e il corpo esanime. Ho chiamato il 118 e se lo sono portato via dopo aver trasformato il mio salotto in una Emergency Room. Il signore, cinquant'anni, ora sta bene, ha uno sten nell'arteria che porta al cuore.
Il problema è che nonostante tutti mi dicano che sono stata brava, che ho avuto sangue freddo a non andar nel panico, che probabilmente gli ho salvato la vita perché, se non lo soccorrevo, lui sarebbe stato male sul furgone e si sarebbe schiantato, che sono una bella persona perché potevo dirgli "muori sul mio pianerottolo, non faccio entrare estranei in casa".... oh, nonostante dicano che sono stata eccezionale, io a settembre non ero molto allegra né particolarmente pronta a ricevere il premio Crocerossina del mese. Conto almeno tre notti in cui ho fatto incubi in salsa infartata (non li sto neanche a descrivere, non cose belle) con conseguente notte in bianco e pensieri cupi per la testa.
I pensieri cupi, i più semplici del mondo, nascono dalla paura che da un giorno all'altro potremmo non esserci più. Io. Le persone a me care. Chiunque. Basta un attimo e sei più morto che vivo sul divano di una perfetta
sconosciuta. A cinquant'anni. Tipo tra dodici anni, io. Tra quattordici tu. tra nove tu. Tra quattro tu.
Cosa mi tiene viva? mi domando. A parte la lucidità mentale di non essermi mai messa un cappio al collo ed aver fatto un saltino nei momenti più disperati? A me tiene viva il desiderio di una vita serena, quella che al momento non ho, che ho avuto e da cui ho attinto come un'idrovora. Mi tiene viva il bene che provo quando sono con le persone a me più care. Quelle che non chiedono nulla, che danno per scontato che merito il loro affetto, che godono del mio, che sono felici per me, con me o a causa mia. Mi tiene viva il provare dei sentimenti e lasciarmici trasportare con disgraziata spontaneità, mi piace questa vitalità che supera, senza incontrare filtri e barriere, le rotturissime di coglioni che purtroppo ogni giorno mi si piazzano davanti al naso.
E parliamo di frasi fatte, quelle che ho sempre odiato, le più scontate, da "carpe diem quam minimum credula
postero" a "chi vuol esser lieto sia, del doman non v'è certezza". Io davvero non capisco perché si viva male, ci si creda invincibili, a prova di sentimenti, arroccati su posizioni improbabili, costruzioni mentali che impediscono dei rapporti sereni e gioiosi, ma forse vedo tutto troppo influenzato dalle mie esperienze personali. Non è possibile che le persone, nei rapporti interpersonali, mirino a star bene con se stesse e, solo in un eventuale secondo tempo, tra di loro. Dovrebbe essere il contrario: miro a star bene con te perché così anche io ne traggo beneficio. Non: intanto vedo di star bene io, poi tu, cazzi tuoi, vieni in un secondo tempo. Le relazioni interpersonali servono per arricchirsi, non per consolidare se stessi.
Io ho bisogno degli altri per giustificare quella parte della mia esistenza che va oltre il risveglio, il bucato, il mandare avanti la casa, lavorare per mangiare, assopirmi, fare sogni belli che atterriscono i protagonisti, risvegliarmi... E vorrei che fosse un'esistenza piacevole, sorridente, fiduciosa.
Così avrei anche meno paura di morire da sola, sul divano di uno sconosciuto che mi guarda atterrito mentre chiama il 118.