luglio 30, 2009
Bloggheria banalia di una donna che non va più al cinema perché ha paura
*Sì, ho paura di andare al cinema :( Non riesco a esprimerlo in altro modo, ma devo. Non riesco a vedere un film che uno, neanche a casa. Da mesi ci provo, ma no. E' un dato di fatto, è brutto. Non devo andare da un dottore, vero? Basta non andarci e fine.
*Ho caldo, vivendo da sola finalmente posso andare in giro gnuda per casa. Tipo che esco dalla doccia, fradicia come sono percorro i tre metri fino alla sedia davanti al computer e sono già asciutta.
*Oggi devo tacere perché è un giorno che mi gira abbastanza storta (senza apparente motivo, dice l'orosocopo. Quello ipotizza dalla posizione degli astri che dovrei spaccare il culo ai passeri).
*In realtà il motivo c'è, da ieri, tardo pomeriggio, quando ancora una volta istinto ha fatto il suo lavoro, bastardo, stavolta contro di me. Si va avanti.
*Mamma, adesso non metterti a chiamarmi per chiedere se sto bene, se sto male, se va bene se va male, che c'ho, che sei preoccupata per me. Lo sai come va, i motivi degli alti, i motivi dei bassi. Ci convivo.
*Con gli alti e bassi, pur convivendoci, posso andare in giro gnuda per casa. E non sporcano.
*Eddie Vedder fa coi Pearl Jam canzoni da menestrello di corte alla Into the Wild e sinceramente non fa bene alla salute perché gradiremmo che quella voce e quell'arte venissero impiegate per scopi più ameni, tipo, toh, del rock. Ascoltare il demo di "Speed of Sound" per comprendere l'affossamento mattutino, non si può, non si può.
*Poi capita di girare per un negozio ben refrigerato con S e T., ascoltare Fabri Fibra Do you speak english, ed è anche divertente l'insieme.
*Ora dovrei anche rifare un'altra doccia, si preannuncia una giornata dura dal punto di vista climatico.
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luglio 28, 2009
Sabato
..un laghetto con le ninfee vereIo e la Flavia, durante la fine della passeggiata, cantavamo felici quella canzone, ciascuna per conto suo. What a wonderful world.
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luglio 27, 2009
Parlo un po' di me
A volte ho la pretesa di parlare di voi e ispirarvi raccontando sprazzi di me stessa.Sono nelle condizioni migliori per fare ciò che voglio. Non ho famiglia, non ho un compagno, non sono mai stata sposata, non ho mai avuto l’istinto di riprodurmi e quindi non ho figli. Ho tante amiche, qualche amico. Vivo da sola a Milano. Il mio lavoro è interessante, anche se, come la gran parte dei lavori, spesso rischia di perdere spessore a causa della routine. Indosso sempre un anello che non luccica di acciaio e Swarowsky, ma è ben più prezioso.
Probabilmente i vicini di casa pensano che sia una brava ragazza: ho un sorriso e uno sguardo rassicuranti, sono gioviale e dico sempre buongiorno. Nel mio appartamento non c’è andirivieni di uomini e non succedono cose sconvenienti. Ogni tanto dalla porta si diffondono risate, il profumo di cose buone da mangiare e il suono di bella musica.
Avverto negli altri la necessità di inquadrarmi in alcuni disegni di donna predefiniti che non mi riguardano. “Contraddittoria” mi diceva un amico. Ma non ho mai pensato che fosse un problema mio.
Gli uomini che mi sono stati accanto hanno apprezzato alternativamente alcuni aspetti di me, facendo finta che altri non esistessero. A volte mi ha fatto comodo, a volte ho fatto finta di nulla.
Del resto io stessa capisco di me qualcosa di nuovo solo sul lungo periodo.
È da più di un anno e mezzo che cucino solo per pochi. Che apro le porte di casa mia solo per le persone a cui voglio bene. Che non mi lascio coccolare da nessuno. Che mi trovo in compagnia della gente più disparata. Che faccio le mie scelte senza dover rispondere di nulla a nessuno se non a me stessa. Se mi fermo a riflettere, quest’ultima è stata la cosa più difficile da accettare, da quando vivo per conto mio. Nei momenti di sconforto è facile scambiare l’indipendenza per solitudine. È anche difficile fare i conti con la voglia che ogni tanto ho di starmene sola, senza amici, amiche, parenti, uomini attorno. L’equilibrio è forse lo stato a cui tendo per natura, ed è per questo che funziono a fasi alterne.
Accetto di andare a fondo con me stessa solo in particolari momenti, e da sempre mi concedo poco agli altri perché ho paura di perdere la percezione di me stessa e di farmi trascinare in un mondo che non mi appartiene.
Le migliori decisioni che ho preso in vita mia non sono mai state dettate dal calcolo, ma dall’istinto. È così che ho scoperto di declinare meglio me stessa.
Sono libera, nonostante tutto.
Disegnatemi come volete, inquadratemi come vi pare. Non meravigliatevi se poi vi stupisco.
E lasciatevi affascinare a vostro rischio e pericolo, sempre che io ve lo permetta.
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luglio 26, 2009
Allevatrice di lama
Novella Jeff Minter, quando sarò senza lavoro mi ritirerò in un alpeggio in Alto-Adige ad allevare lama. Li toserò con le mie mani e filerò lana d'alpaca per raffinatissimi maglioncini morbidi e caldi che indosseranno le fighette milanesi.
I lama sono delle creature meravigliose, da cui c'é molto da imparare, non credete?
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Il mio primo Bollywood
Elena, non sapevi che la Rai ha iniziato a mandare in onda i film di Bollywood? No mami, non guardo la TV, non lo sapevo, ma è Bollywood vero?
Sìsì.
Inizio a guardare La verità negli occhi che lei già dorme. Vibah (indiana dai lineamenti un po' occidentali e magnetici occhi verdi) va a Bombay per cercar lavoro e risollevare le sorti economiche della famiglia ma finisce in un giro di prostituzione di alto livello. Manda i soldi a casa permettendo al padre di guarire dalle malattie e alla sorella di studiare. Si vergogna tanto, ma è la vitah.
Durante il volo per un viaggio di lavoro in Svizzera, conosce un indiano: sono seduti vicini e a causa delle turbolenze si stringono la mano e iniziano a dire assieme le preghiere. Presto lui si rivelerà un indiano buon partito, chiaramente innamorato pazzo di lei. Lei fugge, torna a Bombay e si ritrova la sorella Shubah nell'attico pagato col sudore del peccato. Shubah è meno bella, è più indiana tipo, è tanto intelligente, ha studiato e fa carriera nel marketing. Al lavoro Shubah conosce un indiano figaccione selvaggio, che presto si rivelerà indiano figaccione selvaggio innamoratissimo e tenerone. Lui la chiede subito in sposa. Vibah è felice che almeno la sorella realizzi i suoi sogni. Shubah scopre che la sorella è una troia di lusso e le chiede scusa per non aver capito il vero motivo per cui Vibah uscisse ogni sera truccata e vestita benissimo e dicesse di occuparsi di “pubbliche relazioni”. Tornano al paese natìo per organizzare il matrimonio di Shubah. Ormai Vibah è sulla bocca di tutti, ma lei ha la verità negli occhi: è innocente di animo, signori, lei non va in giro coi telefonini a registrare i colloqui intimi coi clienti (in realtà nel film si lascia intendere una certa solidarietà femminile che tutto perdona di fronte a un mondo di uomini alternativamente sfruttatori o rincoglioniti). Vengono poi raggiunte dal promesso sposo di Shubah, l'indiano figaccione selvaggio innamoratissimo e tenerone che ha al seguito tutta la famiglia e qui... stratosferico colpo di scena! Il suo fratello maggiore non è altro che l'indiano buon partito, che gasato dall'incontro chiede in sposa Vibah. Lei si nega again, e ha il coraggio di dirgli che è una prostituta. Lui se ne fotte e vissero tutti felici e contenti.
Salti logici, colonna sonora squillante, niente balletti, colori e costumi bellissimi, attori come te li aspetti nei film di Bollywood. E' cinema di genere, un po' come i drama cino-nippo-coreani: tutto molto stucchevole, ma incredibilmente esotico, naif e in qualche modo anche affascinante soprattutto per gli stereotipi messi in scena, appartenenti a una cultura diversa. Non so se avrò il coraggio di approfondire a stretto giro di tempo, ma è bello sapere che c'è.
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luglio 24, 2009
Io e le mie geishe
Sono stanca, non credo di riuscire a commentare ulteriormente. Mi vengono in mente solo pensieri da "due di notte". Significa che è meglio che vada a dormire. Tanto l'immagine delle mie geishe si commenta da sé.
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luglio 21, 2009
Il delicato equilibrio tra la realtà e l'ormone
I principali silenzi (o i post più autolesionisti) di questo blog coincidono sostanzialmente con gli inizi della sindrome.Raramente, ormai, la sindrome mi porta i crampi addominali, ma può accadere.
Sicure sono la sensazione di malessere, sconfitta, la propensione alla malinconia e alla frustrazione. Sonnolenza, lacrima facile, pensieri negativi di una gratuità al limite dell'autolesionismo, sensazione di irrisolutezza, tutto converge contro, è un mondo crudele che ha solo me, piccolo agnello sacrificale, come bersaglio.
Se la pelle può avere dei brufoli, sarà adesso, anche se non mangio cioccolata, salami o altre schifezze. Se posso essere di carnagione verde, è adesso che rivelo la mia natura aliena. Se il capello deve stare a sinistra, andrà a destra.
"Ma stai bene?" No, sticazzi, non sto bene, ho un'ovaia che si sta per decomporre, l'ormone mi squilibra l'umore, aiutami, no dai, fammi da pungiball, coccolami, dimmichemiami, quinessunomiama.
Da CVS, catena drugstore molto diffusa in America, ho preso queste pastiglie miracolose. Mi dice Dottor Muci, dopo avergli letto la composizione, che sono compresse di paracetamolo. Tachipirine. Ora, non che sperassi di guarire, che ci fossero dei farmaci capaci di farmi star bene in questi momenti difficili in cui la tristezza si mischia al malessere fisico creando già di per sé un cocktail letale. Gli chiedo se la codeina forse... ricordo di un mezzo trip causato da un fantastico sciroppo contro la tosse, sequestrato da mia madre perché "fa male". Sì fa male, è un oppiaceo. Il Roipnol fa meno male, suggerisce Dottor Demonio. Mah. Almeno il Synflex mi fa andar via qualsiasi crampo con quella bolla meravigliosa di non dolore che sale in un quarto d'ora. A riguardo meglio il naprossene (Synflex, appunto) dell'ibuprofene (Moment rosa).
Ma il problema vero è che non c'è soluzione salutare. Serve solo la lucidità per rendersi conto che "è colpa della sindrome, non sta succedendo nulla di diverso dal solito". Stare tranquillina in buen retiro per qualche giorno, low profile, non fare casini, contare sempre fino a tre o a dieci, non lasciarmi andare a inutili pessimismi, coinvolgere giusto mia madre poiché le tocca come ruolo istituzionale e perché tra qualche giorno va tutto meglio e sicuramente I'm walking on sunshine, ooh oh.
E' come sull'ottovolante, tuttavia lì è sicuro che mi diverto anche quando si va giù e tocco il fondo.
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luglio 20, 2009
Desideria porta scompiglio

..uno crede di avere dei punti fermi... e invece basta star via dal circondario tredici giorni e ti cambiano l'insegna sotto casa, da "Lino & Stefy Parrucchieri per Signora" a quel che vedete qui.
Oggi butta che non so che stia succedendo attorno a me. Giuro che io son sempre la stessa, non è cambiato nulla. Desideria suggerisce che è il mondo che mi circonda a cambiare, ha preso le misure col mio ecosistema caotico, sbilanciato, mai più tranquillo.
Desideria, dimmi, perché Chanel n° 5 è uccel di bosco? Perché trovo zanzare morte tra i tasti del netbook? Perché Frappuccino è riuscito male? Perché sono attratta dalla Cappadocia? Perché è così facile? Perché è difficile? Perché oggi ho capito un'altra cosa ma il puzzle proprio non quadra?
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Bianco e argento, sono la figlia di un compositore di tango
*Non un'entità materna da sogno, ma proprio mia mamma
**Un'entità paterna da sogno
*** AIUTOOOOOOOOOOOOO!!!
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luglio 19, 2009
Bloggheria banalia del ritorno
*Ho appena sistemato i 5 inutili Giga di fotografie delle ferie riducendoli a 4,1 Giga. Non amo fare molte foto, ma è stata la mia prima vacanza con la Lumix, e spesso facevo delle prove. Di giorno in giorno ho imparato a usarla, a giocare con l'esposizione e lo zoom. Alcune foto non sono poi venute male, anche se mi manca spesso il senso dell'inquadratura.
*Cavolo, a tratti fa quasi freddo. Ma quanto è bello il mio balcone. Ieri e oggi ci ho steso per la prima volta i panni perché si asciugassero in fretta, poi stasera ho cenato qui come da tradizione.
*C'è poca gente in giro, tutto è pacifico, non che mi manchi il chaos di Mahattan. Magari i negozi di Ann Taylor sì. Oh quante camicine da perfetta segretaria ho lasciato lì. Vorrei farmi i capelli come l'onda, laccarmi le unghie di rosso, indossare un completino di Ann Taylor ed essere la perfetta segretaria di chiunque, con un po' di profumo sulla caviglia.
*Domani simpatico brunch di compleanno.
*Le possibili reazioni alla frase "Paul McCartney si è esibito sul marquée dell'Ed Sullivan dove fanno il Letterman".
Reazione 1 - Sorriso di comprensione e approvazione vera, sentita. Ha capito.
Reazione 2 - "Mi spieghi cosa è quel che hai detto?"
Reazione 3 - Sguardo vuoto che lascia intendere un fugace pensiero "il marCOSA del CHE, machemmefregammé".
*Se 1 è auspicabile e provoca compiacimento e (mia) eccitazione cerebrale linklinklink, se 2 è comprensibile e la domanda è gradita perché si apprezzano la schiettezza e la curiosità, 3 è malcostume comune.
*Però, ecco, se su "marquée" si accettano i tentennamenti, sulla parola "Letterman" non si transige.
*Oddio come sto bene. Benino dai. Ci vorrebbero una cinese che mi fa i massaggi alla schiena e una ai piedi.
*Il vecchio. No, non ci ho pensato. Eh, mi son scordata, succede quando proprio non.
*Parola d'ordine per agosto: Puglia :) N. ne ha bisogno :D
*PUGLIAPUGLIAPUGLIA, ROTFL.
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luglio 18, 2009
Esagerare
Fuso orario, poco sonno, torno alle 16, esco alle 21e30 che ho già fatto tre lavatrici, iperattività insolita.
Via, andiamo al concerto di Giuliano Palma e The Bluebeaters. Mai visti dal vivo. Non sono male eh, solo che lui dovrebbe limitarsi a cantare e non dire cazzate solo perché ha il microfono in mano davanti a una platea numerosa. Tipo dare per scontato che il pubblico non sappia che cosa sia Woodstock (no non l'uccellino di Snoopy). O invitare a fare beneficenza per chi vuole lui solo perché lo dice lui. Parlare in modo insulso di calcio. Oh, non siamo mica gli americani!
Piacevoli, ma tutto sommato agrodolci come repertorio, mi donano qualche momento gné gné che eviterei volentieri.
Uscite da sto posto all'aperto mal valorizzato (ma comunque già tanto che esista a Sesto San Giovanni), io e N. veniamo apostrofate come "Che belle che siete tutte e due!" da un paio di truzzi (embé vedi tu, c'è la mora, c'è la bionda, poi c'abbiamo portamento). Io abbozzo come a dir "E che cazzo te devo rispondere?" e proseguo. Poi mi volto, non riesco a tacere, alzo le braccia al cielo e urlo "ALLORA ESISTONO GLI ETEROSESSUALIIIIII!".
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luglio 17, 2009
La sensazione di entrare nella casa
Paura perché ricordo bene di averla lasciata incasinata, presa dal delirio del volo Linate-Malpensa.
Paura perché era la prima volta che la lasciavo per così tanto tempo.
Paura perché a NY ho avuto l'illuminazione di come la vorrei. Abitabile zen, comprensibile zen, zen ma non troppo. E senza le macchie sul muro. Con un'orchidea bianca (che non morirà mai) in ingresso, sulla libreria bassa e una pianta carnivora in cucina.
Non voglio un santuario di oggetti, non compro più oggetti, mi sono disintossicata. Negli USA, per la casa, ho preso solo un cuscinotto che ho già lanciato sul Bubu. Il resto solo libri, e pochi vestitini da squinzia.
Poi devo riordinare seriamente il guardaroba. Domani vado all'Ikea a comprare altri cassetti e un rack per le scarpe.
Ma casa.
Casa è un casino, devo buttare via molte cose e mettere "le carte" (le cose serie che di solito metto "in ingresso") in un apposito scatolone zen che mimetizzerà tutto.
Paura per l'odore che avrei sentito. Temevo di aver dimenticato qualche topo morto fuori, invece fin dalla porta si sentiva solo odore di chiuso e di legno. Di legno chiuso.
Paura di non ricordarmi quali interruttori e rubinetti avevo chiuso.
Paura di non sentirmi da nessuna parte, di non sentirla mia. Diciamo che sono a mezza via.
E' mia, ma adesso non è come la voglio.
Zen, la voglio zen.
Tuttavia, da puffetta previdente, mi ero preparata in frigo una scorta di birre da gustare nel caldo week-end in cui sarei rientrata. Mai presi decisione più giusta, soprattutto dopo la birra di merda bevuta negli USA.
E stasera esco, per spregio al fuso orario.
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luglio 16, 2009
Unplugged 15 luglio + riflessi condizionati
Bene, oggi 16 luglio è per me l'ultimo giorno qui negli USA, alle 10:00 PM parto verso l'Italia, mi farò un bel sonnellino per tutto il volo. Lascio quindi questo come ultimo post taggato USA, prima dell'ultima giornata a NY in cui la voglia di cultura prevarrà su quella di mutanda, l'intelletto sull'istinto, l'arte sul fashion. Chiaramente avrei voglia di andare a Miami: che se caldo deve essere, che sia in un posto fico.
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Get back, back in USSR: ultima giornata con botto
Qualche giorno fa ci sentiamo via e-mail e mi dice che giusto di fronte ai suoi uffici suonerà Sir Paul McCartney. E sputaci sopra, cristo santo. In particolare suonerà sul marquée dell'Ed Sullivan Theater, dove registrano il Late Show with David Letterman.
SUL marquée, SOPRA non sotto.
Arrivo con onesto anticipo dopo un'oretta e mezza di relax a Central Park (dove scrivo unplugged di prossima pubblicazione). Mi piazzo davanti al marquée, centrale alla giusta distanza, e decido di non salire nell'ufficio personale di "Dio" perché qui è "troppopiùmeglio". La scelta mi costerà il saluto a "Dio".
Si avvertono i movimenti giusti da parte dei tecnici: suoni, luci, telecamere in giro... Paul inizierà in orario.
Poi sento un brusio, dei gridolini femminili. Motivati. Zio Bruce è tra noi, sale su un elevatore e saluta il pubblico, concedendo sorrisi. Gridolini anche da parte mia, eccheccazzo.
McCartney e la sua band-che-non-so-come-si-chiami arrivano sul palco. Lui è inconfondibile, col suo occhietto tondo, il capello tinto color castoro andropausa e la chitarra a rovescio. E' un po' un rospone inglese: se gli mettessi la parrucca grigia e un golfino di mohair color rosa antico sembrerebbe Miss Marple. Ma è lui, è Sir Paul, mica Gigi D'Alessio, porca zozza. E io sono a New York, mannaggia. E zio Bruce sta a venti metri da me! E sopra di me ci sono "Dio", Batman e Superman. Minchia.
Suonano
Get Back
Sing the Changes
Coming Up
Band on the Run
Let Me Roll It/Foxy Lady
Helter Skelter
Back in the USSR
Due giga di foto e filmati. Per ora una simpatica anteprima di ciascuna cosa.
luglio 15, 2009
Quesito sorbetto
luglio 14, 2009
Patti chiari
Uomini, sappiate che d'ora in poi, a solo scopo di sopravvivenza, presupporrò la vostra omosessualità. Così vivo meglio.
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Manhattan: a cosa si resiste, a cosa si cede
Acquistare in una libreria giapponese sulla Sesta (dopo aver fatto danza tripudium davanti all'ingresso): Dolly Dolly 17, una rivista di street-wear giapponese (Fruits), e una rivista giapponese di arte e cultura (Kateigaho in international edition) che sembra molto raffinata ed elegante.
*Acquistare vasellame di varia foggia per la casa (probabilità di riuscita 90%)
*Acquistare da Abercrombie & Fitch uno stock di camicine della serie "my lumberjack boyfriend" che vanno molto di moda qui negli USA (probabilità di riuscita 30%)
*Acquistare improbabili vestitini da sobria e femminile donna in carriera da Ann Taylor (probabilità di riuscita 45%)
*Acquistare la bambola di cui sopra (traguardo raggiunto)
*Entrare da Urban Outfitters e fare una strage di borse di pelle nera borchiate (probabilità di riuscita 45%)
*Ubriacarmi in modo non molesto al Village (dato non pervenuto)
*Assaggiare un Frappuccino (probabilità di riuscita 99,9%)
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luglio 13, 2009
Bloggheria banalia furtiva Wi-Fi da Manhattan + foto
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Oggi sono stata a Plymouth. E' bastato poco per capire che il luogo dove son sbarcati i padri pellegrini, pur se meraviglioso, è una gran fuffa. C'è una copia della Mayflower II attraccata (ma perché allora non fare una copia della Mayflower??), c'è sto sasso con inciso sopra "1620", hanno la faccia tosta di dire che risale all'epoca dello sbarco "L'hanno pestato loro!!!". A naso, secondo me, risale a qualche centinaio di migliaio di anni prima, ma forse la geologia non è il mio forte.
Tra l'indecisione di percorrere decine di miglia in auto per vedere le spiagge di Cape Cod e spendere più di quattro ore nella baia per avvistare le balene, vince la seconda soluzione.
La situazione è meno Gardaland del previsto. Pensavo le facessero vedere da lontano. Quando ho avvistato le prime non ci volevo credere "Son tonnazzi, dai". Poi ste balene si dimostrano sfacciatissime, come i delfini, e iniziano a scodinzolare attorno alla barca. Soffiano, si mettono a pancia (bianca) all'insù, buttano su bolle... 'azzo sono davvero balene!
Creature deliziose, un'esperienza davvero tenera e unica nel suo genere.
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Poi ho mangiato un'aragosta tutta mia. Buona davvero.
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Ancora una volta arrivo in auto a New York, è un'esperienza da fare. Il cugino guida, e ride per i testi delle canzoni di Adam Green, poi parte dicendo che probabilmente ritorna mercoledì con J. e chissà chi altro.
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Gabriele e Francesco sono quanto di più vicino a due fratelli io possa avere. E' un peccato vedersi poco, ma essendo i miei fratelli è link sempiterno.
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E' tardissimo, son quasi le due di notte. Ma non ho sonno, sono emozionata.
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luglio 12, 2009
Criptico bostoniano
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Specialità tipica bostoniana
Chowda, mangiare sano. In realtà è la cosa davvero più digeribile che io abbia mangiato in sto viaggio finora (persino il cirashi di Princeton mi è rimasto sullo stomaco). Pagnotta scavata e ripiena di zuppa di clam, ossia vongola. Pratica da mangiare anche sulle ginocchia.
Chowda finita. Bisognerebbe mangiarsi anche il pane, io qualche spizzico l'ho preso però dopo ho pagato pegno addormentandomi addosso a qualsiasi parete nei paraggi.
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Passo per il Bronx
Passiamo accanto a Manhattan verso il tramonto, l'Empire è illuminato, il Chrysler è di una bellezza rassicurante. La massa di vetro, cemento e acciaio più famosa, fotografata e filmata del mondo è lì alla nostra destra e la salutiamo per poi scorrere una buona mezz'ora lungo tutto il Bronx. E' impressionante quanto sia grande. Ti dicono che è uno dei posti più pericolosi del mondo. Guardi questi parallelepipedi enormi senza balconi che si ripetono senza sosta per chilometri e ti domandi chi ci sia dentro. Quanti appartamenti ci sono. Chi c'è dietro quelle finestre. Se sta bene. Se patisce la crisi. Se sa di vivere dentro a un cliché. Quante stanze ci sono. Quanti armadi pieni di vestiti 5XL. Tavoli da pranzo unti. Letti. Divani. Lampadine. Taniche di latte. Dentifrici jumbo. Come si fa a non incazzarsi a vivere in una merda simile?
Ci fermiamo a mangiare nel Connecticut, a un McDonald. E' addirittura buono, la carne è morbida. Il cugino è una buona compagnia, ha le idee chiare a prescindere, chiacchiera, guida.Arriviamo a Boston all'una di notte, precisi precisi.
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luglio 10, 2009
E' un volo smooth
[da Wikipedia, voce "Nitro - Rollercoaster"]
Although there are no inversions, the ride features six camelbacks, a hammer head turn and a 540-degree helix. Nitro starts off with a 230 foot climb and then drops 215 feet at 68 degrees, reaching top speeds of 80 mph before shooting up a second 189-foot-tall hill and then diving down to the left through a 161 foot airtime hill. After that, riders soar into a tight U-turn to the right called the Hammerhead. After that, Nitro goes through another airtime hill before being shot into an S-curve and then a double helix. After the trim/safety block brakes, Nitro goes through three airtime hills before returning to the station. The front row gives an almost unparalleled view and smoothness, but the back row gives you the most airtime throughout the ride, especially at the top of the first drop and the dive off the mid-course brake run.
Giovedì abbiamo trascorso la giornata al parco dei divertimenti Six Flags, sezione Great Adventure. Con i suoi undici ottovolanti è la scarica di adrenalina del circondario di Princeton, New Jersey. C'è El Toro, rollercoaster in legno, altissimo, con accelerazioni paurose. C'è Superman, dove piroetti e giri-della-morte a pancia in giù e testa in avanti (opzionale il braccio in avanti). C'è Batman, che è un po' come il Blu Tornado di Gardaland. C'è la Scream Machine, che è l'ex fiore all'occhiello del parco (risale al'epoca del Magic Mountain sempre di Gardaland, lo capisci perché è strutturalmente simile). Ora l'attrazione principale è il Kingda Ka. Una costruzione piatta di forma fallica, alta poco meno di 140 metri che partendo da terra ti spara in linea retta orizzontale a 200 km/h, poi ti fa salire bruscamente fino in cima in verticale, piccola curva e poi giù di nuovo a morire. Roba di pochi secondi. Ecco, questa attrazione era chiusa, per problemi alla pompa idraulica che spara i carrelli a velocità che la mia Focus si sogna la notte. Sconforto per me, che non l'avevo mai fatto, e per M. che prova disappunto, pessimismo e fastidio.
C'è Nitro, però. Nitro non ti fa fare giri della morte. Il sedile di Nitro ti tiene saldamente alla vita, non hai bisogno di essere imbragato dalle spalle. Nitro ti fa fare cose banali: scendi, sali, scendi, sali, ti avviti, giri... Lo fai nel mezzo del nulla del Southern New Jersey, un posto pieno di verde, laghetti, casette degli gnomi (edilizia tipica americana, la villetta prefabbricata in legno, con portico, basement e uscita sul retro). Lo fai quindi a un'altezza considerevole da terra, dove c'è il sole che ti scalda e l'arietta fresca che raffredda la pelle ustionata in coda. Lo fai nella prima fila del primo carrellino (li abbiamo fatti tutti così, prima-fila, con gli occhi iniettati di sangue, vogliamo-brivido-vogliamo-adrenalina). Lo fai senza tenerti attaccata con le mani al fermo che ti salva da spiaccicamento certo sui piloni gialli e blu. E senza appoggiare i piedi a terra. E' volare. Volare soprattutto quando, in quelle tre o quattro frazioni di secondo che finisci una rapidissima salita, ti trovi al suo punto più alto, spinta in avanti dall'accelerazione, sollevata di uno-due centimetri dal sedile, mani e piedi in aria, solo un pezzo di plastica gialla a tenerti legata al moto relativo, mentre sei sospesa, prima verso l'alto, e poi improvvisamente verso il basso per un'altra discesa. Non è un volo pacifico e serafico. È più un momento di liberazione dopo quarantacinque minuti di attesa in coda, dopo una lunga salita per raggiungere la quota.
Sinceramente non capisco chi dice che ha paura degli ottovolanti.
luglio 09, 2009
luglio 08, 2009
Reporting from Princeton, siesta
Questa invece è la scrivania alle sue spalle, di un cinese. "Ci sono molti cinesi qui", dice lui. "E' la scrivania di un cinese, guarda che schifo, è così da due settimane", commenta M. "I cinesi cagano nei campi", chiudo io.
Tornata a casa mi rendo conto che abito all'incrocio tra la PATTON e la Harrison.
Ora... io chiudo il PC e mi addormento qui per mezz'oretta.


