Paura.
Paura perché ricordo bene di averla lasciata incasinata, presa dal delirio del volo Linate-Malpensa.
Paura perché era la prima volta che la lasciavo per così tanto tempo.
Paura perché a NY ho avuto l'illuminazione di come la vorrei. Abitabile zen, comprensibile zen, zen ma non troppo. E senza le macchie sul muro. Con un'orchidea bianca (che non morirà mai) in ingresso, sulla libreria bassa e una pianta carnivora in cucina.
Non voglio un santuario di oggetti, non compro più oggetti, mi sono disintossicata. Negli USA, per la casa, ho preso solo un cuscinotto che ho già lanciato sul Bubu. Il resto solo libri, e pochi vestitini da squinzia.
Poi devo riordinare seriamente il guardaroba. Domani vado all'Ikea a comprare altri cassetti e un rack per le scarpe.
Ma casa.
Casa è un casino, devo buttare via molte cose e mettere "le carte" (le cose serie che di solito metto "in ingresso") in un apposito scatolone zen che mimetizzerà tutto.
Paura per l'odore che avrei sentito. Temevo di aver dimenticato qualche topo morto fuori, invece fin dalla porta si sentiva solo odore di chiuso e di legno. Di legno chiuso.
Paura di non ricordarmi quali interruttori e rubinetti avevo chiuso.
Paura di non sentirmi da nessuna parte, di non sentirla mia. Diciamo che sono a mezza via.
E' mia, ma adesso non è come la voglio.
Zen, la voglio zen.
Tuttavia, da puffetta previdente, mi ero preparata in frigo una scorta di birre da gustare nel caldo week-end in cui sarei rientrata. Mai presi decisione più giusta, soprattutto dopo la birra di merda bevuta negli USA.
E stasera esco, per spregio al fuso orario.
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