febbraio 19, 2012

Suzie Q lapidaria sul Festivàl

Mbé certo guardo Sanremo, tratratra, lo guardo quasi sempre, zuzuzu, poi è bello commentarlo on-line in compagnia, pereperepere. Poi non sono sola, accanto a me c'è la gatta, creatura di gusto sopraffino. Dalla vostra inviata dalla cuccia riscaldata, la critica d'assalto, la #occupytermosifòn per eccellenza.


PRIMA SERATA

Sguardo d'odio catturato durante l'incomprensibile sproloquio di Celentano

SECONDA SERATA

Visibile imbarazzo per le esibizioni dei Soliti Idioti

TERZA SERATA

Distoglie lo sguardo per pietà felina durante le inquietanti risate di Ivanka

QUARTA SERATA

Gira le terga dopo un'ora di Festival

QUINTA SERATA

Si rifiuta di guardare e ascoltare Celentano

Bella Geppi, brava


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febbraio 12, 2012

Una zuppa da scaldare

Siccome è da tre settimane che radio, tele, mailing list e spam mi sfracellano i coglioni con 'sta (ricorrente) zuppa del San Valentino, ho fatto in tempo anche a ricostruirli e a sviluppare una certa qual bonaria tolleranza nei confronti della festa degli innamorati. Perché, appunto, è la festa degli innamorati, non quella delle coppiette che si sbaciucchiano. Io non sono in nessuna coppietta, però... però indulgo all'ammore, tendenzialmente incompiuto. [questo è il momento in cui agito il piede sulla neve con movimenti circolari, faccio lo sguardo indifferente, metto le mani dietro la schiena e inizio a fischiettare].

E quindi Buon San Valentino a me e a quel povero sentimento che è l'amor mio. L'ho ritrovato, sai? Povero, sfacciato, impacciato, confuso e anche un po' incazzato.
Ora mi tocca coccolarlo in solitudine, fargli le carezzine e riempirmici il respiro, rassicurandolo che prima o poi arriverà il momento in cui te lo lancerò in faccia come una palla di neve farinosa.

Tu intanto scappa: è l'amor mio che conta.

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febbraio 07, 2012

La gamification del flirt

Siccome a qualcuno, nella vita, capita di vivere i problemi dell'adolescenza nell'età sbagliata (quella adulta), ecco una soluzione divertente per gestire il problema diffuso del "LO CHIAMO O NON LO CHIAMO?". Il problema è di natura a me aliena, ma abbastanza frequente tra le persone che hanno una vita e dei rapporti con l'altro sesso, DICHENO.

Dai, tanto la conosciamo tutte la risposta a questo drammaticissimo quesito: NON. DEVI. CHIAMARLO.

Non lo devi chiamare perché se gli interessi prima o poi ti chiama lui (ed è sempre "poi", non "prima").
Non lo devi chiamare perché se gli interessi, ma nel frattempo viene distratto da un'altra, non ti chiama.
Non lo devi chiamare perché, oh vaffanculo eh, sempre tu devi chiamare? E smettila!

Però, c'è sempre un però, il buon senso è messo a dura prova da chattine, messaggelli, poketti, twittamenti, likazzi, whatsappuzzi e viberini. Con tutte 'ste opportunità di contatto, è troppo difficile sparire facendo pesare una (assai ipotetica) assenza.

Il sistema migliore è distrarsi, trasformando l'adolescenziale e inutile dilemma in giuoco. Gamificando il flirt.

Il gioco si fa in due. Oltre a voi (Player 1) serve il Player 2: un'amica compiacente, paziente e al corrente dei fatti.

Quotidianamente la Sventurata Flirtosa (Player 1) notifica via SMS all'amica il computo dei giorni di communication breakdown: "Ciao amica, sono Sventurata F., non lo contatto da due giorni", sarà il tenore dei messaggi. Nulla di diverso dagli alcolisti anonimi. Anzi, se ci mettete un po' di orgoglio, oltre al capello spettinato, sarete più credibili.

L'amica, ricevuto il messaggio, provvede a rispondere con un applauso, parole di incoraggiamento a piacimento e - qui arriva la gamification, l'achievement, il trofeo meritato dopo tanto sacrifizio - un premio da computare in medagliette, cazzetti, caramelline, cioccolatini, fate voi (la Flirt Gamification Society che qui immantinente fondo non offre al momento un preciso kit di gioco).

Con conteggio crescente potete computare stelline speciali da sbloccare al decimo giorno, fino a pianificare coppe nel caso venissero sbloccati achievement di un certo livello (per esempio attendere qualche giorno per rispondere a eventuali contatti, negarsi per un appuntamento millantando impegni che non esistono e così via, insomma le solite puttanate che ci si mette in testa a seconda dei picchi ormonali per convincerci che a lui proprio non la do, non la do non la do, ma sì gliela do).

Il ruolo dell'amica è fondamentale nel crysis management, ossia quando Sventurata è in SMC - Sindrome da Messaggetto Compusivo (bruciassero tutti i messaggetti, TUTTI. "Salva la tua vita, non mandare i messaggetti"). Player 1, in questi casi, non deve giocare sporco né barare. Difficilmente lo farà, perché Player 2 è anche un'amica consigliera al corrente dei fatti, dotata magari di un minimo di buonsenso. Sarà quindi inevitabile la richiesta di consiglio "CHEFFACCIO GLI SCRIVO? CHE SCRIVO? COSA SCRIVO?".
La gamification prevede la minaccia di penalità, dalla sottrazione del punteggio accumulato, fino all'obbligo di ricominciare il conteggio con dei punti negativi (qui si configura un achievement in negativo, lo chiameremo "Atalanta").
Sulle situazioni delicate di possibile sblocco si possono ammettere contrattazioni del tenore "Rinuncio a otto stelline se mi autorizzi a ricontattarlo per [generica scusa di ricognizione per rientrare in contatto con persona sfuggita da radar]". Sai mai. Che. Praticare però solo se riparate da punteggi alti.

Non vi assicuro che funzioni (in realtà sarebbe meglio non funzionasse e che la gente si frequentasse senza 'ste menate), però è divertente, è come contare i giorni del ciclo, anzi quasi quasi ci faccio pure un'app.

Poi chiaramente, se va tutto bene col tipo, ci facciamo tutte assieme un barbecue a base di carne di maiale, da brave Giovani Marmotte.

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Olisticose

Ho sempre vissuto in case stipate di oggetti, dominate dalla quantità di libri, cassette, film, fumetti, ninnoli e giocoli. E lo sottolineo con una frase che mi sta parecchio antipatica quando la leggo altrove: chi mi conosce bene sa cosa intendo.
Le cose che possiedi, man mano che si accumulano, iniziano a possedere te, cominci a rispecchiartici, a vederle come tua emanazione, diventano la via più facile per ricordarti chi sei.

Nell'anno in cui tutti i miei effetti personali sono stati rinchiusi in una ventina abbondante di scatoloni, ho patito le pene dell'inferno perché "non avevo le mie cose", non avevo più la stampella dell'oggetto, del ricordo, del promemoria, del contenitore morbido e sicuro, del mio contenuto di cui vado fiera.
Credo di non aver mai provato così tanto affanno nel vivere la lontananza dalle mie cose. Continuavo a ripetere che mi mancavano le mie cose, mi domandavo come potessi vivere senza le mie cosecose, le mie cosecosecose poverine chiuse là, dentro le scatole, le mie cosecosecosecose, senza di loro chi sono io?

Poi, arrivato il trasloco nella casa e sistemati i mobili, ho riaperto gli scatoloni e le cosecosissime tanto rimpiante mi erano estranee. Ho avuto una crisi di rigetto inaudita che ancora oggi mi stupisce, ma che ho salutato come una liberazione. Quegli oggetti erano ancora miei ma non mi possedevano più.

Ho tradito le mie bambole. Le amavo, le fotografavo, le coccolavo con lo sguardo, le portavo in giro a mostre, le vestivo, mi crucciavo di non dedicare loro tutto il tempo che volevo. Ora stanno lì in corridoio e le vedo solo se proprio voglio guardarle, ma sono discrete e non si fanno notare.
Ho tradito i miei libri. Gran parte di quelli letti sta in cantina accanto a quelli da leggere ma che so che non mi tenteranno a stretto giro di tempo.
Ho tradito i miei videogiochi. Non li gioco, pussa via, tutti sopra l'armadio, dentro una scatola.
Ho tradito i miei fumetti, anche se la gran parte è a Verona e un'altra parte non è mai stata mia.
Ho tradito la mia collezione di stoffe, anche se forse è quella che più spesso mi spinge a prendere la scala, arrampicarmi sopra gli scaffali per accarezzarle e sognare.
Ho tradito i CD e i film, li ho infilati nei ripiani bassi dove non si vedono. Tra l'altro questa categoria di articoli non la compro neanche più, guardo quel che passa la TV e al massimo scarico qualche serie.

Mi sono liberata dell'idea che una persona entri in casa mia, passi in rassegna con lo sguardo le mie cose e si faccia un'idea di chi sono, della mia storia, dei miei gusti, delle mie tendenze. Non voglio che mi si qualifichi per ciò che ho accumulato fuori, ma per quel che mi è rimasto dentro. Distorto, vissuto, dimenticato, frammentario, ma almeno dentro.

E' stato faticoso, soprattutto per una tipetta smemorata e poco concentrata come me, perché vivere nelle cose, esserci in mezzo, averle attorno, mi offre comunque la possibilità di ricordarle, sono tante lamelle che quotidianamente si sovrappongono sugli scaffali della memoria. E' colpa, è merito della quantità, della sensazione di sopraffazione e riempimento che danno le tantecose. Se le cose non le vedi, fai fatica a quantificarle, e se non le vedi a volte pensi che non ti siano neanche passate sotto il naso. E invece no, ci sono lo stesso.

Ora mi capita spesso di non ricordare se ho letto o meno un fumetto. Non ricordo più le serie delle bambole, non ricordo autori, registi, attori, finali di film, canzoni, album, nomi, i nomi, che casino i nomi.
Non riesco a riempirmi la bocca di numeri, citazioni, ma davanti ai miei occhi è passata tantarobba, ma tantadiquellarobba che non vedrete mai esposta in casa mia e che non ha senso rovesciare addosso a chiunque bazzichi nei miei dintorni.
Però succede anche che quando le cose mi servono davvero per ricostruire un ricordo, una conversazione, non ho bisogno di andarle a prendere dagli scaffali di un museo pagato a caro prezzo. Quando sanno che è ora di farsi notare, loro ritornano, riemergono da un non so dove della mia zuccabalucca, arrivano da sole sulle loro gambe, per servirmi e riverirmi, "Elena, siamo qui, hai bisogno di noi?".

Tutto questo mi è tornato alla mente perché trovo impagabile la liberazione che provo nel tenere solo due, tre libri da leggere dentro al Kindle. Like a virgin.


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