Faccio tutto, vado dappertutto, ho visto di tutto, non ho più paura di nulla, nessuno mi sorprende più.
Eppure entrare in una sala cinematografica e rimanerci tranquilla, rapita dallo schermo non è più naturale come un tempo. Ancora adesso mi devo concentrare per non piantare le unghie nei braccioli, per non muovermi troppo e far vibrare la fila di sedie. E va anche bene, perché fino a due anni fa arrivava sempre il momento in cui volevo alzarmi e dire, ok, finora è andato tutto bene ma adesso basta, non ce la faccio più, io me ne vado. Per evitare scene madri invece succedeva che mi addormentavo, è stata per un po' di tempo la mia forma migliore di autocontrollo.
Conosco bene le cause di questo problema, non è questo il luogo per discuterle perché non riguardano solo me, a un certo punto ho risolto tutto smettendo di andare al cinema. Il che non è positivo per una persona che ha iniziato a frequentare le sale a tre, quattro anni e negli anni ha continuato a farlo ininterrottamente in modo sempre più intenso, vario e appassionato. Ma un conto è essere appassionati di cinema, un altro è entrare in una sala, al buio, sedersi e rimanere lì e sentirsi così soli da avere le vertigini allo stomaco, tanto da non capire più cosa stia accadendo sullo schermo. Anche se ti piace, anche se è il tuo linguaggio, anche se lo possiedi da anni.
Quando ero bambina mi domandavo come fosse possibile che, per colpa di un ictus, una persona non riuscisse più a parlare o a scrivere. "Si deve concentrare", pensavo. "Qualcosa dentro sarà pur rimasto". E invece no. Ogni tanto succedono dei cortocircuiti e non rimane proprio nulla. Mi sono diagnosticata un ictus cinematografico, perché non mi ricordo più come si stia in un cinema e come si guardi un film. Insomma, quella che è mi è rimasta è solo la propensione intellettuale, ma l'emozione è stata sostituita da brutte sensazioni che ho imparato a dominare convincendomi che dovevo lasciar scorrere tutto.
Non avete idea di quante volte, negli ultimi cinque anni, ho iniziato a scrivere questo post e non l'ho mai finito.
Di quanto mi abbia addolorato vedere una passione così personale e vibrante cedere all'angoscia. O lasciavo sul piatto la mia sanità mentale o ci lasciavo la passione. Non mi pento di aver lasciato andare quest'ultima e aver preservato la mente per altre cose.
Se scrivo oggi non è perché ho superato tutto, ma solo perché ho trovato delle parole per spiegarlo.
luglio 12, 2013
Qualcosa dentro sarà pure rimasto
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