Il giorno che sono andata a pranzo con M. A. (quello che canta "forse se smetto di respirare se ne va via da sé") non ne avevo voglia.
Ero di umore talmente rovescio.
D. insiste. G. insiste. U. insiste: "Ma dai, vieni!", "Ma perché non vai?", "Ma te ne pentiresti per tutta la vita", e amenità del genere.
E in effetti...
Comunque non avevo voglia per una serie di motivi: non volevo rompere le palle a D. che mi aveva invitata ma che, contestualmente, doveva pure lavorare. Non volevo fare la figura con M.A. di essere la fan smutandata che non sono. Perché a me piace quel che scrive, come lo canta, mi piace il suo prodotto, ma non lo identifico con lui. Ogni tanto mi sveglio e capisco a pezzi quel che dice: e va avanti così da dieci anni. E' bello, insomma.
Quindi dopo aver detto due volte a D. "No, no, ti ringrazio, non è il caso", torno da lui e gli dico "OK, vengo" solo per vincere una qualche battaglia contro me stessa.
Si va in un baretto da pausa pranzo con M.A., D. e S. Una tipa seduta da sola a un tavolo punta lo sguardo addosso a M.A.: è attratta, se lo mangia con gli occhi. Io sto zitta praticamente tutto il pranzo, salvo qualche intervento ad hoc, tra cui un'EEERKATA alla superstar su una cazzabubbola riguardo la Standa. Penso pure di essere arrossita, perché mi ha sorriso -_-;
Si parla di libri, calcio, politica italiana, Obama, Philadelphia, Sanremo, promozione, dischi con tracce aggiuntive.
Torno alla mia scrivania con una buona mezz'ora di ritardo, un po' imbambolata, tanto che il direttore pensa che sia andata a un incontro galante. Vittima del fascino, come una pera cotta. Che pivellina che sono ^_^.
Nelle successive 24 ore sono tornata in me.
Olé, comunque.
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