agosto 05, 2011

Pedalare, respirare

Non lo so, sai, cosa mi sia passato per la testa ieri sera, quando ho deciso di andare al ristorante giapponese in bicicletta, e perché la foto che ho fatto non riesco più a trovarla dentro al telefono.

Questo fatto mi indispettisce non poco.
Forse ieri sera ho premuto male il pulsante.
A volte accade che scatto le foto e poi non le ritrovo subito nella Galleria.
A quel punto mi basta farne un'altra, e TAC, appare anche quella di prima.
Forse stamattina era troppo tardi per riesumare la foto di ieri sera, ci sarà una scadenza, boh non so il motivo, però adesso mi trovo nella galleria un'istantanea fuori fuoco e ravvicinata della mia tastiera grigia del lavoro. Che sarà brutta e vecchia (lo era già nel 2002), ma come ci sprofondo le falangi lì non le sprofondo altrove.

Ieri sera, mentre pedalavo, conoscevo all'incirca la direzione, il punto di arrivo, ma non il percorso esatto. Solo un riferimento: a via Alberto Mario girare a destra e poi andare fino in fondo.
Ma chi è Alberto Mario? Che sia stato uno scrittore?
A Verona via Alberto Mario è dietro via Oberdan e nei paraggi di Carlo Cattaneo. Quindi sarà stato anche lui un patriota. Quando arrivo alla svolta a destra controllo se ho indovinato: per me Alberto Mario è un patriota e pure uno scrittore, via. I patrioti devono per forza scrivere qualcosa.

Al ritorno (e non lo so, sai, cosa mi sia passato per la testa ieri sera, quando ho deciso di andare al ristorante giapponese in bicicletta) ho dovuto avvicinare la dinamo alla ruota, perché alle dieci di sera è già buio. Era la prima volta che lo facevo, non vado mai in bici di sera.
Non vado mai in bici, in realtà.
Il fischio della dinamo sulla ruota era fastidioso al punto da farmi rallentare la pedalata per sentirlo il meno possibile.
Solo che se non va la dinamo non va la luce, e se non va la luce le macchine non mi vedono.
Quindi mi viene in mente il motivo per cui, ieri sera, ho deciso di andare al ristorante giapponese in bicicletta: è la prima settimana di agosto e non c'è nessuno in giro che può rischiare di non vedermi. In via Diomede non ci sono neanche le prostitute, rimane di corvée solo quella al Total.

So che devo fare una salita, ma non comincia quando me l'aspetto. Inizia più in là, nei pressi del semaforo. Ci arrivo tranquilla, mi tolgo dal centro dell'incrocio e passo sul marciapiede. Lì ci deve essere dell'asfalto nuovo, perché filo via liscia e veloce. Ci sono delle piante che scendono giù basse, tagliate a mo' di varco solo per far passare i pedoni.
Abbasso il busto sul manubrio, esagerando un po' con il gesto e poi, all'intertempo, mi rialzo con un pensiero istantaneo, ma fisso nella testa.
E' così bello essere serena pedalando al buio nel mio quartiere deserto.
Bello perché non devo ringraziare o comunicarlo a nessuno e trovarne una spiegazione o giustificazione.
Perché se qualcuno ti rende felice non è infine detto che abbia voglia di prendersela tutta, questa responsabilità.

Questo è il classico post che, se lo trovassi scritto su un altro blog, penserei "Che due coglioni".

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7 commenti:

Unknown ha detto...

Bellissimo racconto.

Posso farti una domanda?

..ma cosa ti è venuto in mente di andare in bici dopo aver mangiato giapponese? :P

Elena ha detto...

Dovevo tornare a casa.

Unknown ha detto...

A Verona non ci sono i bus? :)

Scherzo, eh!?! :)

Alessandro Di Bella ha detto...

Si ma mi sembra che la citta' di cui si parla in questo caso sia Milano, sbaglio ?

Quedex ha detto...

Che due coglioni.

L'altra sera (almost notte) ho deciso di prendere il nero. Ovvero ho attraversato in bici un parco nord completamente buio e deserto che metteva strizza come e più delle foreste oltre il muro di Jon Snow. Dopo, visto che un giro in solitaria mi era bastato, ho deciso che avrei finalmente inaugurato la illuminata, stilosa e filante megapassserella che sovrasta il fulvio testi vicino all'Auchan. Il problema è che tale passerella ha, come l'arcobaleno, una base introvabile, dispersa tra le viette di una concessionaria di moto bellissime e un bar Karaoke PIENO di gente che cantava quella canzone demente di Alex Britti "io con la ragazza mia, tu con la ragazza tua".

Non desistendo nemmeno davanti a tanto orrore ho infine trovato la passerella, chiusa e transennata, in un cantiere destinato a completarla.

Ho spostato le transenne trascinando i mattoni che le tengono ferme, ho percorso un breve tratto in mezzo a delle betoniere addormentate, indeciso tra il tenere le luci accese o meno (tra la polizia e una vanga in faccia).

Infine ho raggiunto la rampa: bellissima, illuminata, parabolante. L'ingresso di una astronave Protoss nelle wasteland di Cinisello. L'ho percorsa tutta in tutte le direzioni, Avrei voluto sorvolarla saettando alla Wipeout, ma il timore di trovare un baratro a metà mi ha convinto a percorrerla a velocità moderata, fischiettando la musica di incontri ravvicinati.

Grande scelta, perché ad un certo punto finiva nel vuoto a circa 10 metri di altezza (invero con un blocco di cemento e un cartello riportante la scritta "PERICOLO: si dico a te, cretino abusivo in bici"

Sono uscito cancellando ogni traccia. Adesso la missione decisiva sarà raggiungerla in trikke, quando torno dalle ferie. Trikke vs. Protoss, 4 AM, someday August 2011. Arrestatemi.

Unknown ha detto...

@ di bella:
"A Verona via Alberto Mario è dietro via Oberdan e nei paraggi di Carlo Cattaneo."

Mi ero basato su questa affermazione :D

Alessandro Di Bella ha detto...

@ spino:
Ma infatti, proprio quel "a verona" dovrebbe far pensare che stia facendo il paragone tra quella citta'ed un'altra... ;-)

 

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